
La biografia dei duchi di Gravina, da Francesco Orsini (1° duca di Gravina) a Domenico Orsini (17° duca di Gravina), proviene dal libro "Famiglie Celebri Italiane" de Litta Pompeo, Ed Milano : stamperia P. E. Giusti; G. Ferrario, Milano, 1819-1873, 11 vol.
Francesco Orsini (I Duca di Gravina dal 1436)
Andò alla corte del Ladislao, che le vide de buo occhio, sicome uomo che apparteneva a famiglia famosa nelle armi. Diventò suo consigliere e maresciallo del regno, ed ebbe altresi il governo della provincia di Terra di Bari e della Capitanata. Aveva seguito il re sue imprese contro gli Angioini, e nelle sue invasioni nello Stato ecclesiastico. Ma nel tempo, in cui si celebrava il concilio di Costanza, temendo egli di perdere la signorie che possedeva nello Stato ecclesiastico, molto più dopo le dichiarazioni dalla sacra adunanza contro che impugnava le armi contro la Chiesa, abbondono il re, e andò nel 1412 a servire i veneziani nella guerra contro Sigismondo re d'Ungheria, ma dopo un anno, non so perchè, fu licenziato. Nel 1413 Ladislao venne ad assalir Roma, e Francesco fu uno de' condottieri pontificj, che con Paolo Orsini si poserò a difenderla. Ma a Ladislao riuscì di poter superare ogni ostacolo e di farsi padrone di roma, e Francesco si ritirò nell' Umbria. Fu in questo tempo, che Francesco si era fortificato in Orvieto per mentenerla nella fede di Giovanni XXIII; ma la fazione de' Monaldeschi-Malcorini si pose di concerto colla fazione de' Monaldeschi-Beffati, che era fuoruscita, e le porte furono aperte a Ladislao, che entrò in Orvieto, mentre i condottieri pontificj dovettero uscirne. Passò allora al servizio fiorentino, cioè nel momento, in cui Ladislao si proponeva d'assalire la Toscana. Morì per altreso quel re nel 1414, cui succedette la regina Giovanna II, ed essendo stato eletto Martino V dal Concilio di Costanza, per cui rimasse estinto la scisma, che aveva avuto principio nel 1378, la regina fu subito in buona concordia col nuovo eletto, perchè prima che succedesse l'elezione si era fatto un merito collo spedire Muzio Sforza a Roma per cacciarne Braccio da Montone, che in quell' anno se ne impadronito. Sforza dopo quell' impresa ritornato in Napoli, diventò nemico alla regina, perchè non voleva tollerare la potenza di Sergianni Caracciolo, che era il favorito di Giovanna. L'Orsini, che allora fioriva nella riputazione delle armi, col titolo di capitano generale, fu chiamato agli stipendj della regina, onde opporlo a qualunque criminoso tentativo di Sforza, il quale venne difatto colle sue squadre ordinate fino alla porta del Carmelo, e si accampò all'Incoronata, luogo allora chiamato le Correggie. Ma Francesco usci di Napoli, attacò gli Sforzeschi, e li forzò ad abbandonare i loro disegni. Lo Sforza si vendicò col chiamare un Luigi d'Anjou alla conquista del regno, e questo fu il momento in cui Giovanna fece la famosa adozione in figlio e successore di Alfonso d'Aragona. L'Orsini, ch'era uno de' testimonj chiamato a quell' atto nel 1420, fu mandato ambasciatore per sollecitare l'Aragonese alla difesa della madre adottiva. Durante lunga serie di amene e tristi vicende della regina, la quale, proscritto l'adotatto Alfonso, addoto Luigi d'Anjou, ed abbraciò il partito d'Alfonso d'Aragona, il quale allora venne per conquistare coll' armi il regno di Napoli. E quando il re Alfonso assediando Gaeta, montò sull'armata per combattere Biagio Assereto, che in nome di del duca di Milano era venuto colle galere genovesi in soccorso della città assediata. Francesco col conte di Fondi fu lasciato al comando delle milize di terra. Rimasto prigione Alfonso alla battaglia navale di Ponza, grandi obbligazioni ebbe il partito Aragones all'Orsini, giachè senza la sua fedeltà ed i suoi sforzi, in quell'occasione sarebbe stato soccombente. Ma ritornato libero poco dopo il re Alfonso, per sette anni con varia fortuna combattendosi nel regno, finalmente nel 1442 Renato d'Anjou fu obbligato ad abbondonare la capitale al suo competitore. Francesco fu al solenne ingresso d'Alfonso in Napoli, e intervenne al parlamento generale de' baroni e delle terre demaniali, celebrato nel 1442 col fine principalmente di far accetare D. Ferrante d'Aragona, figlio spurio del re, in suo successore. Fu l'Orsini subito spedito ambasciatore di obbedenzia ad Eugenio IV, il quale già protettore di Renato d'Anjou, ora di buon grado si piegava a riconoscere il vincitore. Morto Eugenio IV nel 1447, fu degli ambasciatori del re Alfonso al conclave, in cui ebbe l'elezione di Nicola V. Dopo di ciò non vi fu occasione per lui di esser menzionato nella storia. Eugenio IV, che per la famiglia Orsini si mostrò assai benevole, fece molto anche per Francesco, avendolo creato, mentre era in Firenze, in Prefetto di Roma nel 1435, 14 novembre, carica d'importanza somma, e che da tanto tempo era rimasta nella casa de' signori di Vico, cossichè si chiamavano i Prefetti di Vico. Di più gli aveva dato nel 1432 Lugnola e Corfinio col censo di un avoltojo, e nel 1435 gli fece concessione del vicariato della Tolfa Nuova, Monte Castagna, Ferraria, Val Marina nel Patrimonio di S. Pietro, col censo di 100 libbre di cera pel giorno de' santi Apostoli, e con privilegj d'imporre gabelle e pedaggi, oltre ampia assoluzione di censi non pagati. Nello Stato pontificio possedeva per eredità di famiglia i contadi di Nerola e Scandriglia nella Sabina, confermatigli da Giovanni XXIII coll'obbligo di tributo all'abazia di Farfa. Eugenio gli aveva dato privilegio d'imporre gabelle, ad alcuni suoi feudi perdonati i debiti, o diminuito il censo, o esentuati da pagamenti di sale e focatico. Nicola V nel 1451 gli confermò tutti i privilegj, e nel 1453 gli confirmò il patronito e il diritto di presentare ai benefizj esistenti in Nerola, Monte Libretto, Rocca de' Britti, Monticello diocesi di Sabina, ove la famiglia aveva signoria temporale; e quando Nicola rivocò le concessioni fatte da 40 anni a danno di chiese e monasteri, fece eccezione del vicariato di Scandriglia, che malgrado la nouva legge, a lui rimasse. Nicola V, oltre di ciò, gli confermò Corfinio e Lugnola diocesi di Narni nel 1452, col tributo di una tazza d'argebto nel giorno d'Ognissanti, in luogo di un avoltojo che si dava prima, e nouva conferma ebbe di tutto nel 1455 da Callisto III. Nel regno di Napoli, per liberalità e riconoscenza verso un uomo, che colla molta esperienza sua nel maneggio degli affari, e col suo valore aveva prestato segnalati servigj, ebbe in dono dalla regina Giovanna II nel 1417 la contea di Gravina, feudo che fu distinto col titolo ducale per favore del re Alfonso d'Aragona nel 1436. Ebbe altresi le contee di Campagna e Conversano; ma questa non so come, passò in altre mani. Gli furono anche confereti i feudi di Terlizzi, Fossasecca, Monteverde, Guaragnone, del Vaglio, e quello di Spinazzola, che mi pare abbia ceduto al principe di Taranto. Possedeva, per acquisto fattone, anche il feudo di Massafra in Terra d'Otranto, e comprò quello di Canosa dalla Corte nel 1426. Oltre tutto ciò, la regina Giovanna gli procurò ricchissima donna, cossichè diventò uno de' principali baroni del regno. Domiciliatosi in Napoli, aprì quivi una nuova linea di Orsini, che vi durò quattro secoli e mezzo, dopo di che la ritornò a Roma. Per assicurare la successione de' feudi, fece legttimare i figli con pregiudizio di alcune femmine, e nel 1418 ebbe privilegio di poter disporre de' feudi in favore de' maschi. Intorno però alla verità di questa leggittimazione, che fu necessaria, vi furono liti interminabili. Morì nel 1456. A lui si deve l'elegantissimo tempietto in Vicovaro con disegno della Scuola del Brunellesco, ond'egli con Giovanni di Carlo Orsini arcivescovo di trani, che lo consacrò, è effigiato in un bassorilievo superiore alla porta del tempio. Il tempio e il convento di s.a Maria sopra la Minerva in Roma, fu compito da lui nel 1453.
m a) 1418 Margherita figlia d'Eligio Della Marra. Fu molto ricca, e l'erede de' feudi di S. Agata e Canosa. La regina Giovanna II conchiuse queste nozze. Margherita era vedova di Peretto d'Ivrea conte di Troja, condottiere di nome distinto, morto nel 1417, si disse avvelenato in Napoli b) Flavia d'Ugone Scillato di salerno, vedova di giacomo Antonio Della Marra signor di serino, con dote di Ceppaluni, Circello, Forcellata, lo Colle e altre terre [Marino, Giacoma, Alessandro, bCaterina, aGiacomo, Giacomo, Giovanna Antognazzo, Orsina, Giambattista].
Il padre gli assegnò i feudi di S. Agata e Monteverde con assenso del re Alfonso, che servi col comando di 50 lance. Fu l'erede di tutti i fratelli, onde in lui si compenetrarono tutte le signorie del padre nello Stato ecclesiastico e nel regno di Napoli. Fu il secondo duca di Gravina. Nel 1458 fu confermato nel possesso della Tolfa unitamente ai fratelli Marino e Giambattista. Nel 1461 pagava il censo de' castelli di Confine e Lugnola nella diocesi di Narni. Sempre fedele alla casa d'Aragona, il re Ferrante nel 1468 in rimunerazione de' suoi servigj gli confermò il ducato di Gravina, la contea di Campagna, Canosa, Fossasecca, Terlizzi e Vaglio, col feudo detto la Masina di Bitonto con mero e misto impero, e col privilegio delle prime e seconde cause. Morì nel 1472.
m Sveva di Ruggero Gaetani [Margherita, X, Raimondo, Giacomo, Francesca].
3° Duca di Gravina. In Ponticelli nella Sabina presso Scandriglia, edificò la chiesa e monastero di santa Maria delle Grazie pe' frati di s. Francesco.
m Giustiniana di Lorenzo Orsini signore di Monterotondo [Aurelia, Giacoma, Francesco, X, Francesca].
4° Duca di Gravina. Nell'invasione di Carlo VIII, tene fedelmente le parti degli Aragonesi, e cadde nelle mani de' francesi al passagio di un fiume. Uno de' baroni, che intervennero in Capua alla coronazione solenne nel 1497, 10 agosto di Federico d'Aragona, seguita per mano del Legato d'Alessandro VI il cardinal Borgia. Nel 1496 il re gli confermo tutti i suoi feudi, giurisdizioni e privilegi. Si era messo allo stipendio della Chiesa, e stava colle sue squadre presso il Valentino nel 1502, in cui fu spedito unitamente ad Oliverotto da Fermo contro i Varano. Fu sconfitto a S. Anatolia, ma sopraggiunto lo stesso Valentino, che aveva spogliato de' suoi Stati il duca d'Urbino, anche i Varano furono sagrificati. In questa guerra Giulio Varano aveva fatto intendere all' Orsini, che nell' impresa altro non avrebbe acquisto colla di lui rovina, che di farlo servire come pasto al Valentino par allesso, per essere l'Orsini istesso di cibo a suo tempo per arrosto, presagio infelice, ma avverato, perchè ambedue furono strangolati. Ma dopo questi fatti Francesco cominciò a conoscere il proprio pericolo, intervenendo al famoso congresso della Magione. Egli entrò dunque nella congiura contro li Valentino, il quale adoperò tante pratiche e tanto artifizio coi condottieri, che gli si erano ribellati, che essi alle sue promesse si arresero, e fecero seco lui un accordo. Allora tutti lo servirono nel ricuperare il ducato d'Urbino, che il Valentino aveva testè perduto, e l'Orsini fu un di coloro che occuparono Sinigaglia. Sopraggiunse il Valentino, che accolse i condottieri, che venero ad incontrarlo, con molte carezze. Ma nella sera istessa furono loro le mani adosso, e Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo furono subito strangolati, e giunta la nuova che il cardinale Orsini di Monterotondo era stato messo a morte, anche questo Francesco duca di Gravina e Paolo Orsini, ch' erano stati mandati in città della Pieve, furono con laccio al collo messi a morto.
m Maria d'Antonio Todeschini-Piccolomini nipote di Pio III [Caterina, Ferdinando, Giovanni, Giannantonio].
5° Duca di Gravina. Fu aggregato alla nobiltà di Napoli nel Sedile di Nido nel 1507. In Napoli edificò un palazzo nelle pertinenze di Montoliveto con archittetura di Baccio d'Agnolo, e nel 1513 era in disputa col governo spagnuolo, perchè più che abitazione di un privato, aveva l'apparenza di una fortezza. Nel 1525 vi è una sua convenzione coi duchi di Bracciano per far cessare gli omicidj e le devastazioni nelle loro terre della Sabina e della Campagna di Roma, ove attese le guerre tra francesi e spagnoli, che avevano divise le popolazioni in due fazioni, tutto era disordine. Venuto il tempo dell'invazione nel 1528 di Lautrec co' francesi il vecerè Ugo di Moncada aveva desiderato molto denaro dai baroni del regno, esentuandoli in compenso dal servizio personale, e diè loro licenza di alzare bandiera di Francia, in caso di necessità, senza taccia di fellonia. Lautrec venne ad assediar Napoli, e l'Orsini profittò delle con concessioni di Moncada; ma i francesi furono vinti, e il vincitore potè dettare la sua volontà ai baroni, che non si erano mostrati zelanti per il governo spagnuolo, mentre il principe d'Orange nuovo vicerè dichiarò, che il suo antecessore non aveva facoltà di rimettere la fedeltà dovuta al sovrano, onde un gran numero di baroni fu sacrificato alle iniquità spagnuole. Tutto all'Orsini fu confiscato dopo lunghissimi processi. Trascorso ben lungo tempo, ottene grazia da Carlo V, pagando una multa di 40m. scudi d'oro del sole, il che non si potè evitare, malgrado l'eloquenza del celebre giureconsulto Decio, che lo difese, e che si rifiutò sempre all'ammenda, come pregiudicievole alla di lui innocenza. Ricuperò così nel 1533 il ducato di Gravina con Matera, acquistata da esso nel 1522, S. Agata in Puglia e il Vaglio, luoghi stati conceduti al principe d'Orange, ch' era morto, ma non più la contea di Campagna con Canosa, Terlizzi e Monteverde date nel 1532 ad Onorato Grimaldi. Patì la casa gran crollo in questa comparsa de' francesi del 1528, e questo caso fu comune a tutte quelle famiglie, che presero partito per i francesi. Fernandino morì in Naploi nel 1549, 6 dicembre.
m a) Beatrice di Giacomo Alfonso di Mazzeo Ferillo camerlingo del duca di Calabria, ch'era stato fatto conte di Muro nel 1485, feudo che fu la dote di Beatrice, stata erede di Acerenza, Genzano, Ruoti e Spinazzola. Comprò Solofra dal Fisco nel 1555, e la donò nel 1558 al figlio Ostilio. b) Maria di Vernai Castriota-Scanderbech duca di Ferrandina [aGiannicola, bAntonio, aGiovanna, bGiustinia, bLivia, bEmilia, bOstilio, giacoma, bCaterina, bVirginio, Maria, bFlaminio, Francesco, Flavio].
6° Duca di Gravina successo al padre. Per ammogliarsi gli convenne di chiedrer la permissione della corona di Spagna. Edificò una chiesa con convento ai frati Cappuccini. Morì nel 1553.
m 1545 Felice di Pietro Antonio Sanseverino prinicipe di Bisignano con appannaggio dello Stato di Lucania. Fu patto, delle nozze, che nel caso in cui fosse il Sanseverino privo d'altra prole, s'intendessero date in aumento dotale la città di Tricarico e le terre di Albano, Calciano, Craco, Miglionico e S. Martino co' feudi di Brindisi e Pelicore [Giulia, Lucrezia, Ginevra, Ferdinando II, Maria, Lelio, Pietro].
7° Duca di Gravina succede pupillo al genitore. Oppresso da moltissimi debiti, i creditori insorsero, e guidizialmente lo obbligarono a vendere. Nel 1563 furono dunque alienate l'Aconrenza a Galeazzo Pinelli, Genzano a Gianvincenzo Del Tufo, Spinazzola a Marzio Pignatelli, e Ruoti a Zenobia Scaglioni, moglie di Giambattista Caracciolo. Nel 1576 fu venduto Scanzano a Nicola Bartilotti, e Matera nel 1579 a Laura Loffredo. Mori nel 1583.
m a) Costanza di Luigi Gesualdo principe di Venosa b) Virginia di Guidubaldo Della Rovere duca d'Urbino, vedova del conte Federico Borromeo fratello di s. Carlo. Morì nel parto di una figlia, e lasciò erede di tutte le sue ragioni il padre [aFelicia Maria, Michele Antonio].
8° Duca di Gravina succedato al padre nel 1583, in cui vendè il feudo di S. Agata a Carlo Loffredo. Pretese di essere pregiudicato nelle disposizioni fatte dalla zia Giulia, che lascio erede il re di Spagna, e dopo moltissimi atti, in cui campeggiava quello del 1614, con cui rinunziava a favore della reggia Corte le ragioni a lui spettanti, come successore della zia Giulia, che si faceva chiamare principessa di Bisignano. Ottene il feudo di S. Marco in Calbria col titolo di duca, non che Castrovillari, e morì nel 1627, 26 gennajo.
m Giovanna di Pietro Borgia, principe di Squillace
Beatrice di Ostillo Orsini, vedova di Giovanni d'Avalos principe di Monte Sarchio, e di Sigismondo Loffredo principe di Monte Scaglioso, signore di Pomarico. Fu richissima e per titolo di successione e per crediti de' tre manti, e lasciò erede un monte a moltiplico con 150m. ducati a' Gesuiti, che in memoria eressero la capella di s. Francesco Saverio nella loro chiesa. Nel 1616 aveva venduto Montescaglioso a Paolo Grillo.
Moglie senza desiderarlo, rimasta presto vedova e senza prole, tutta si dedicò alla pietà. Un suo congiunto voleva obbligarla a seconde nozze, e sul rifiuto di lei, giunse a dirle, che le avrebbe fatto trovare in letto il nuovo marito. Ma essa gli sapere, che le bastava l'animo di farlo ammazzare. Si ritirò per qualche tempo nel collegio delle Oblate di torre de' Specchi, ove prese l'abito di quelle religiose. Aveva concepito una singolare devozione in Roma per la Madonna di s.a Maria in Portico di Campitelli, chiesa ove passava tutte le sue ore. Morto l'unico fratello, di cui diveniva erede, fu obbligata di andare a Napoli. Quivi a Chiaja nel 1631 edificò una chiesa, ove fece pore il ritrato somigliantissimo delle Madonna di s.a Maria in Portico di Roma, avendo voluto altresì la nuova chiesa, di cui pose il 4 marzo la prima pietra, sotto la medesima invocazione di quella che frequentava in Roma. Vi edificò anche l'annessa casa religiosa, che donò ai Padri della religione della Madre di Dio, che lasciò eredi. Era essa succeduta al fratello nel 1627 nel feudo di Gravina, e se ne intitolò duchessa (9°), e dalla Spagna ebbe investitura si di Gravina, che di S. Marco di Calabria; ma fattosi concorso di creditori sulle sostanze della casa per i debiti del fratello, Gravina fu subastata, e nel 1629 venduta a Pietro Orsini principe di Solofra, a cui essa nel 1635 cedè il titolo ducale, e benchè l'Orsini non avesse diritto per grado forse rimoto di parentela all'onorificenza del titolo, il re di Spagna per grazia e privilegio validò la vendita e successione, e tutto ciò fu confermato nel 1639, 29 marzo, e nel 1642, 16 febbrajo. Morì nel 1647, 2 febbrajo in Napoli, e volle esser sepolta coll'abito delle oblate di s.a Francesca Romana nella chiesa da essa fondata.
m Pietro Gaetani duca di Sermoneta.
Pietro Francesco Orsini, dit «Ducapatre»
10° Duc de Gravina. Il eut le titre de prince de Solofra le 21 mai 1620, et portait aussi le titre de comte de Muro Principe e del Sorbo. Vivente la cugina Felice Orsini Duchessa di Gravina e di Sermoneta, pretese a lui competersi la successione al ducato di Gravina. Il Fisco la riputava un diritto della Camera, poichè Felice non lasciava successori. Comincio nel 1629 a pagare a titolo di compra una grossa somma, e dopo non poche liti avanti tutti i Tribunali, finalmente il re di Spagna diè assenso, che Pietro d'Ostilio diventasse duca di gravina, compenetrati i diritti della compera in quelli della successione, cossichè nel 1635, 6 maggio ricevè l'investitura di Gravina della Corte reale. Morto nel 1641.
m Dorotea de Flaminio Orsini comte de Muro, princesse de Solofra [Carlo, Costanza, Aurelia, Maria, Ferdinando III dit Ferrante, Flavio, Antonio, Lelio, Ostilio, X].
Ferdinando III Orsini detto Ferrante
Nato nel 1623. 11° Duca di Gravina successore al padre, ne ricevette l'investitura dalla Spagna nel 1645, 25 febbrajo. Portava moltissimi titoli, e per diritto di successione divento altresi principe di Galluccio, luogo che vendè trasferendo il titolo sopra Vallata che era compresa nell'eredità della moglie. Ne' tumulti di Masaniello molte vessazioni soffrì la sua casa, e gravissimi danni, perchè in quelle vicende la nobilità era accusata d'esser dedicata al partito reale. Gravina gli fu saccheggiata dai popolari, e il suo palazzo in Napoli, gli fu occupato dalla plebe, che vi si fortificò. Calmate alla morte di Masaniello a poco a poco le cose del regno, non ebbe altra molestia che quella della precendenza nelle solennità col duca d'Atri, che disputava a Ferrante la maggior antichità del ducato di Gravina, lite che stancò per gran numero d'anni tutti i tribunali del regno. Morì nel 1660, e fu sepolto nella chiesa del Purgatorio di Gravina.
m Giovanna di Carlo Frangipani Della Tolfa duca di Grumo, ultima di sua casa. Fondò in Gravina un convento di religiose dell'Ordine di s. Domenico, e vedova vi mori professa nel 1700, 21 febbrajo.
Pier Francesco Orsini (Benedetto XIII)
Nato in Gravina terra di Barri nel 1649, 2 febbrajo. Primogenito, alla morte del padre nel 1660 ricevè le investiture de' molti feudi di sua casa (12° duca di Gravina). Andò nel 1667 aviaggiare, egiunto a Venezia nel 1668, 12 agosto entrò nell'Ordine de' Predicatori nel convento di s. Domenico di Castello. Nessuno potè distoglierlo, nemmeno Clemente IX, cossichè rinunziati tutti i diritti primogeniali al fratello Domenico, ottenuta dispensa di alcuni mesi di noviziato, nel 1669, 13 febbrjo, professò in Roma nel convento di s.a Sabina col nome di Vincenzo Maria. Cantò la prima messa in Gravina, e mandato al convento di s. Domenico di Brescia, vi lesse filosofia. Colà stampò l'elogio del cardinale Antonio Barberini, e una lettera in favore dell'Abito Regolare. Passato al convento di Bologna, tuto si diè alla predicazione. Improvvisa nel 1672 gli giunse la notizia, che il papa nel concistoro 22 febbrajo lo aveva nominato cardinale. Non voleva a qualunque costo; ma siccome i frati fanno voto d'obbedianza, dovè chinare il capo. Visse cardinale conservando l'umiltà e la simplicità de' frati. Fu nominato prefetto della Congregazione del Concilio, che rinunziò nel 1675, quando il 17 gennajo diventò arcivesco di Manfredonia, ove celebrò un sinodo nel 1677, ed ove fondò il seminario, il Monte di Pietà, il Monte dell'Annona, un ospitale per gl'infermi e pellegrini, una prebenda teologale, e il penitenzierato della metropolitana. Nel 1680, 22 gennajo diventò vescovo di Cesena, ove si disse vivesse male per il clima; ma in vero è, che non era cogli abitanti, ond'egli desiderò di ritornare nel napolitano, e difatto nel 1686, 8 dicembre, fu nominato arcivescovo di Benevento. Quivi è ricordato con tenerezza, perchè non vi fu mai pastore, nè più zelante, nè più instancabile, nè più pio. Era l'uomo de' tempi apostolici. Ogni anno celebrava un sinodo, e due ne celebrò provinciali nel 1693 e 1698. La sua carità sommamente risplendè nel terremoto del 1688, in cui anch'egli rimase offeso, e quello altresi del 1702. Il pulpito fu una delle sue glorie, e 100 de'suoi sermoni abbiamo alla stampe. Le sue vacanze, il suo riposo lo trovava di tempo in tempo nel ritiro in un convento di Domenicani. In 38 anni spese 700m. scudi in Benevento per benefizio pubblico, e la città gli fu anche molto grata, perchè scarsa d'acqua, egli trovò il modo di costruirvi una fontana. Nel 1701 Clemente XI lo chiamò al vescovado di Frascati, e nel 1715 fu eletto vescovo di Porto e s.a Rufina. Finalmente nel 1724, 29 maggio fu eletto pontefice. Tanta fu la ripugnanza da lui mostrata alla suprema dignità, che convenne di chiamare il generale de' Domenicani per fargliela accetare in virtù di santa obedianza. Assunse allora il nome di Benedetto XIII. Buon arcivesco, pontifice medoicre. Col peso di 76 anni mancava in lui l'elettricità indispensabile in chi deve governare, ond'egli passò giorni infelicissimi, come ordinariamente accade la navicella di s. Pietro, onore che si paga ben caro. Le dispute teologiche formarono le prime sue afflizioni. Erano le pretese del Giansenismo quelle, che avevano avuto poco prima una grande percossa nella bolla Unigenitus. Si trattava della grazia efficace in sé medesima, e della gratuita predetinazione alla gloria senz'alcuna previsione di meriti. Le quistioni erano astruse, e il papa naturalmente chiamato a fare le parti di giudice, benchè le facesse con tanta discrezione e moderazione, tutti se ne lagnavano. I Gesuiti in queste liti erano i protagonisti, e Benedetto XIII domenicano, per antica rivaltà di pricinpj tra l'Ordine de' Predicatori e la Compagnia di gesù, non era riputato imparziale. Ma quest era un torto, perchè sant'uomo, come egli era, nel suo cuore non allignava inimicizia. Finalmente Benedetto si decise ad un Concilio provinciale, che fu celebrato in Laterano nel 1725. Vi si agitò la grande controversia della bolla Unigenitus, la quale dal Concilio fu confermata nella sua pienezza, e dichiarata regola di fede. Ma la Francia, ove le discussioni per l'enfasi, con cui quella nazione tratta ogni argomento, sono sempre molto vive, essa che dalla teologia era in allora tutta sconvolta, nè dagli ordini del papa, nè dalle decisiono del Concilio, ebbe pace. Colà si procedeva con lettere si sigillo ad esiglio e prigioni. E il vescovo di Senez perseguitato nel 1727 dal Concilio di embrun, ne fu un esempio. Le bolle ripetute di Benedetto cercavano di calmare l'effervescenza, ma tutto indarno, e l'unica sua consolazione, fu la sommissione nel 1727 del cardinale di Noailles arcivescovo di Parigi. Tali dispute teologiche de' Giansenisti e Molinisti, furono poi base alle successive quistioni politiche. In quel Concilio di Laterano si trattò della disciplina del clero, cioè ad un dippresso si rinnovarono quelle prescrizioni, che in ogni anteriore Concilio erano stato lette. Si declamò molto in allora contro la vanità, il lusso, la pompa de' prelati; ma tutto fini colla proibizione delle parrucche, ben inteso che le si usavano tutte inanellate e incipriate, e inmodo acconciate, che le teste di femmine: quella era la moda. Della privazione delle parruche, il papa compensò i preti colla concessione del tabacco detto cristerium nasi: e fu all'uso del tabacco levata la scomunica, che dal 1650 lo malediva. Vi voleva però un motivo per dar torto ad Innocenzo X, che col tabacco era in colera, e la ragione fu che il tabacco si riputava non inutile agli ecclesiastici per riprimere i moti sensuali . A ben altri più importanti argomenti egli diede poi mano. Tali sono le sue bolle del 1725 a vantagio de' seminarj, e quella con cui volle una prebenda teogale in ogni vescovado, col fine di una maggiore istruzione religiosa. Più volte apri bocca intorno agli asili. Alle precedenti bolle, che tanto li favorivano, fece savie limitazioni, ma rimase tuttavia il privilegio al reo di sottrarsi alla giustizia, se gli riusciva di salvarsi in una chiesa in determinati giorni. Se Benedetto avesse fatto altrimenti, lo avrebbero chiamato papa eretico. Pur troppo la verità si fa largo a lento passo. Proibi nel 1725 a' medici e a' curiali l'abito ecclesistico, che godeva privilegi, proibi il lotto con scomunica a' secolari, con sospensione agli ecclesiastici. Morto il papa, si fece dopo quello, che si faceva prima. Roma fu tutta in abito ecclesiastico, e il lotto non fu più peccato, e si giuocò allegramente. Avrebbe voluto, e lo aveva ordinato, che tutti gli impiegati fossero pagati dallo Stato; ma non gli riusci do otternelo, e rimase perciò in piedi l'antico metodo di arbitrj e vessazioni. Le tergiversazioni in tali casi, sono cose comuni, è cosa ardua. Molto difficili erano ancora per il papa gli affari giurisdizionali colle Corti. Nel momento, in cui veniva nel 1725 alla s.a Sede restituita Comacchio, occupato dagli imperiali fino dal 1708, la casa d'Austria e Filippo V rapacificandosi, negavano a Parma e a Piacenza le qualità di feudo della Chiesa. Non si permise in questo fatto discussione alcuna, non si diè alcun ascolto ai discorsi della Curia Romana, e Parma e Piacenza non furono più de' papi, che per le loro proteste. La colpa della perdita di quello Stato era però originariamente de' papi. Nello stesso anno si destarono le discordie giurisdizionali cogli imperiali padroni della Sicilia. Quivi fino dal tempo degli antichi Normanni, i papi avevano conceduto al tribunale, che si chiamava la Monarchia, con tale estensione di autorità, che tutto ormai decideva senza dipendere da Roma. Clemente XI lo aveva soppresso, e Benedetto aveva proibito a' vescovi di Sicilia il riconoscerlo, quando gl'imperiali ne avevano pretesa l'esistenza. Piene di amarezze furono queste quistioni, ma la corte di Vienna non volle mai cedere. Finalmente nel 1728, 30 agosto una bolla regolò il modo delle cause ecclesiastiche in Sicilia in modo, che quella corte ne fosse soddisfatta, che è quanto dire, aveva il papa ceduto all forza. Ma non erano ancora quelle controversie composte, che altre sene destavano intorno alle chiese nel regno di Napoli independenti, poi intorno alle decime. Sopraggiunsero nel 1726 i guai nel canton cattolico di Lucerna, guai che risguardavano i beni ecclesiastici, e l'età di chi entra ne' chiostri. Furono allora da Lucerna cacciati i Gesuiti. Solo dopo due anni, vennero in qualche modo colà conciliate le cose. Molto più aspre furono le quistioni giurisdizionali del papa colla casa di Savoja, la quale con un privilegio alla mano di Nicola V nel 1451, escludeva quasi del tutto da' suoi Stati l'autorità pontificia. Si fece un concordato nel 1727, ma non era, che provvisorio, e poco o nulla vi era definito; cosicché nel 1728 conceduta dal re di Sardegna ad un suo suddito la permissione del possesso dell'abazia di s. Benigno di Fruttuaria nello spirituale, e negata nel temporale, tutto ritornò in disputa. Il definitivo componimento delle faccende colla casa di savoja, era riservato a Benedetto XIV. Anche il re di Portogallo nel 1727 tormentò il papa, perchè voleva la porpora per il Bichi stato nunzio in lLisbona, dignità che aveva il diritto al cardinalato. Piombavano accuse sulla vita privata di quel prelato. Le cose si avvelenarono al segno, che il re espulse il nuovo nunzio Firrao, il quale pretendo, che nessun laico sulla terra potesse comandare ad un prete, fu fatto partire colla forza. Il nunzio parti, ma colla bolla In CÏna Domini nelle mani, fulminò scomuniche, e allora il re proibi a' sudditi de diriggersi per gli affari spirituali a Roma, ove non voleva, che giuntesse denaro portoghese. Tutti questi fatti delle Corti del secolo XVIII, palesemente dimostravano, che tutti i principi cattolici volevano comandare in casa loro; e tutti i trattati che la corte pontificia firmava per spegnere le quistioni giurisdizionali, erano tutti quanti a detrimento dell'immensa autorità ecclesiastica. L'antica venerazione verso Roma visibilmente scemava. Tutti questi affari per un uomo, che per educazione e per tradizione aveva massime, che dalle Corti erano respinte, lo facevano sempre piangere. Ma passando alla sua vita privata, lode ad esso, che rimase immune dal nipotismo. Oltre l'austerità de' suoi principj e l'essere scevro degli affetti del mondo, contribuivano le ricchezze di sua casa, che non aveva bisogno di favori per risplendere, onde co' suoi parenti, non fu prodigo, che di reliquie e di indulgenze. Ma pur troppo, ebbe a' fianchi un favorito, che gli fece gran torto. Aveva egli nominato un cardinale in Nicola Coscia, nato da un barbiere in Pietra de' Fusi nelle diocesi di Benevento, il quale insinuatosi nell'animo del pontifice, ne divenne l'arbitro, e abusò della bontà del suo benefattore, fino ad impedire l'accesso al pontifice, se non con sua permissione, perchè voleva prima doni abbodanti. Si pose poi a rubare con sfrenatezza e con impudenza. Gran ladrone, dunque lo arricchivano le frodi, le estorsioni e le firma false. Quando Benedetto nel 1726, volle rivedere Benevento, di cui aveva conservato l'arcivescovado, non si trovava denaro in cassa per il viaggio del pontifice, cosicchè per adurnarne, convenne vendere mobili di palazzo agli ebrei. Stette il Coscia fino alla morte del pontifice in Corte, dopo di che, carico d'oro e d'indignazione, fu carcerato e processato. Richissima aveva fatta la sua casa, che collocò in Napoli, casa che in pochi momenti ritornò poverissima. Il papa aveva cicca confidenza in lui, ma di cuore innocentissimo, era un uomo che non credeva possibile, ch'altri potesse fare quello ch'egli non avrebbe fatto giammai, ond'egli vendeva la giustizia, le cariche e le grazie, e non lo sapeva. Questo pontifice nel 1726 canonizzò Turibio arcivescovo di Lima, Giacomo Della marca discepolo di s. Bernardino da Siena, Agnese da Montepulciano, Francesco Solano spagnuolo, Pellegrino Laziosi di Forti servita, Giovanni Della Croce compagno di s.a Teresa nella riforma de' Carmelitani Scalzi, Luigi Gonzaga, Stanislao Kostka, e nel 1729 Margherta da Cortona e Giovanni Nepomuceno. Nel 1729 per equipollenza canonizzò Venceslao e Gregorio VII, che i papi ebbero sempre in grande venerazione. Nel 1726 beatificò Giacinta marescotti, nel 1728 Giovanni di Prado, nel 1729 Fedele di Sigmaringa, nel 1730 Pietro di Maintencour. Approvò nel 1725 il culto immemorabile de' fondatori de' serviti, oltre quello di Alessio Falconieri, che era già approvato, e nel 1728 il culto di Serapione inglese dell'Ordine della Mercede. Nel 1726 introdusse il nome di s. Giuseppe nelle Litanie. Nel 1725 fondò il vescovado di Sezze, e dichiarò Cingoli in concattedrale con Osimo, nel 1727 fondò i vescovadi di Pescia e di Fabriano. Camerino deve ad esso la sua Università nel 1727. Ronciglione il titolo di città nel 1728. Nel 1725 concedè privilegio a' Barnabiti di un posto perpetuamente tra consultori della congregazione de' Riti. Pubblicò nel 1727 il Cerimoniale de' vescovi, e nel 1728 pose fine alle controversie intorno al corpo di s. Agostino, e stabili a Corneto un ergastolo per i sacerdoti, poco decente che fossero tradotti a subire il castigo de' loro delitti sulle galere. Senz'avere alcuna simpatia, nè per i poeti, nè per la poesia, autorizzò nel 1725 la coronazione in campdidoglio del cavalier Perfetti. Ultima coronazione era stata quella del Petrarca. Chi fosse poi il Perfetti, oggi nessuno lo sa. Un letterato di grido fu in contatto col papa, cioè il Fontanini, che alla restituzione di Comacchio per parte degli austriaci nel 1725, fu restituito in grazia, mentre celebre energumeno nella difesa de' diritti de' romani pontefici, per la sua imprudenza, era stato allontanato da Roma. Benedetto fu autore di moltissime opere, fra le quali una relazione del terremoto di Benevento, le prediche intorno alla Quaresima e alla Pasqua, e le Lezioni Spirituali. Mori nel 1730, 21 febbrajo.
Nato nel 1652, 13 dicembre. Diventò 13° duca di Gravina nel 1668, quando suo fratello fattosi frate gli rinunziò le ragioni e le prerogative primogeniali. Nel 1671, 24 gennajo fu reintegrato nella nobilità veneta, accordata già a' suoi antenati nel 1426. Viveva in Roma in questi tempi ultimo degli Orsini di Bracciano D. Flavio, il quale riconosceva in Domenici il diritto di successione a tutti i numerosi suoi feudi nello Stato pontificio; ma Flavio pieno di debiti, domendò somme ragguardevoli a Domenico per togliersi dalla molestia de' creditori, nè potendo conseguirne, si raffredò nell'amore pel suo agnato, e nel 1697 vendè il ducato di Bracciano per scudi 386m a D. Livio Odescalchi, il quale per essere nipote di un papa era pieno di denari. Morì poi Flavio nel 1698, e Domenico diè subito principio alle lunghe cause per la successione all'estinto ramo de' duchi di Bracciano, non che a'fedecommesi istituiti dal 1585 in poi, le quali procurarono alla famiglia la consegna degli archivi, poi alcuni vantaggi, mentre nella complicazione delle questioni governante da una turba di avvocato, conveniva dichiararsi contenti di una parte, e non di quel tutto, che si pretendeva. E sicome all'estinto casa Orsini di Bracciano era vincolata la dignità di Grande di Spagna di prima classe per antica concessione, così Filippo V gli concedè, alle preghiere della principessa Orsini la Tremouille che tutto poteva a Madrid, il trasferimento di quella onorificenza ai duchi di Gravina. Fatto principe del Soglio da Clemente X. Morì nel convento de' Domenicani di Gravina nel 1705, 2 marzo.
m a) 1671 Luigia d'Angelo Paluzzo-Altieri, nipote di Clemente X, morta nel 1678, 22 luglio b) 1689 Ippolita di Carlo di Tocco principe di Montemileto, morta nel 1698, 4 dicembre [Anna Dorotea, Rosolea, aGiovanna, Filippo Bernualdo, aFrancesco, Batilde, Beatrice, Mundilla Orso (1690)].
14° Duca di Gravina successe al padre nel 1705 in tempo del governo di Filippo V re di Spagna. Dopo due anni, il regno di Napoli passò nelle mani di Carlo arciduca d'Austria, prendendo nome di Carlo III re di Spagna, che disputava colle armi a Filippo V la successione e il possesso di quel regno. Carlo III nel 1708, 13 aprile confermò all'Orsini il titolo di Grande di Spagna di prima classe. Quando poi il zio fu elevato nel 1724 al soglio pontificio, tutti concorsero ad onorarlo. Genova lo ascrisse co' discendenti al libro d'oro, Venezia lo nominò cavaliere della stola d'oro con privilegio in perpetuo ne' discendenti primogenetti della famiglia. Carlo d'Austria che era asceso al trono imperiale lo elesse consigliere intimo di Stato, e principe dell'impero con sommi privilegi, e che gli furono in modo speciali confermati nel 1721. Ebbe nel 1724 anche il titolo di principe sopra il feudo di Rocca Gorga nella Campagna Romana. E poichè si ritenevano consolidate in lui le onorificence dell'estinto ramo degli Orsini duchi di Bracciano, fu riputato qual primo signore della casa Orsini, e come tale in lui continua la dignità dei duchi di Bracciano di assistente al Soglio pontificio. Il zio, quando fu eletto papa, non volle dapprincipio dargli udienza fintantocchè non si fosse riconciliato colla moglie, della quale viveva diviso, e di più pretese, che dal nipote gli fossero pagate le pensioni du cui era creditore da lungo tempo, volendo impiegare quel denaro in opere di carità. Nel 1733 Carlo di Borbone tolse agli Austriaci il regno di Napoli, e questo re vincitore lo nominò suo gentiluomo di camera.. In testimonia della gratidudine della famiglia Orsini verso l'Ordine de' Predicatori, istituì un assegno vitalizio al frate domenico, che fosse ascritto al sacro collegio. Morì nel 1734, 4 gennajo.
m a) 1711 Giovanna di Giuseppe Carraciolo principe di Torella morta in Gravina nel 1715, 25 febbrajo b) 1718 Giacinta del principe Francesco Maria Marescotti-Ruspoli nata nel 1699, 16 febbrajo, morta nel 1757, 14 novembre [bBenedetto (1726), bDomenico (1719), aX].
Nato nel 1719, 5 giugno. 15° Duca di Gravina nel 1734 in cui il re di Napoli Carlo III lo nominò gentiluomo di camera. Nel 1739 fu eletto cavaliere dell'Ordine di s. Gennaro. Rimasto vedovo nel 1742, Benedetto XIV nel 1743, 9 settembre, per memoria di gratudine a Benedetto XIII, che lo aveva fatto cardinale, gli conferì la porpora assegnandogli il titolo de' santi Vito e Modesto, che cambiò poi in quello di s.a Maria in Via Lata. Nel 1759 ebbe anche la dignità di ambasciatore di Napoli presso la corte pontificia. Era egli in Roma nel momento, in cui si cercava di dare ai governi e alla società una nuova fisonomia coll'atternare le antiche leggi e le antiche istituzioni. La soppressione de' Gesuiti faceva parte delle nuove riforme. L'Orsini, che li abborriva, perorava con grande entusiasmo contro di essi presso papa Rezzonico e ogni giorno gli era a' fianchi con ripetuti assalti; ma il papa non sapeva determinarsi a sopprimare i Gesuiti, che aveva avuto a maestri e che fino da' piu teneri anni era avezzo a venerare. Morto Rezzonico, l'Orsini fu zelantissimo dell'elevazione di Ganganelli, che finalmente nel 1773 contentò tutti, salvo se stesso, colla soppressione de' Gesuiti. L'Orsini poco dopo intavolò in Roma un piano da lui immaginato di una confederazione de' principi italiani, della quale doveva il papa essere il capo. Ben s'intendeva, che' egli volesse il papa per capo, perchè egli Orsini era fiero, inesofabile, siecome un Gregorio VII. Trovata però ne' suoi discorsi non pochi oppositori perchè, come allora si diceva, i preti non sentono in terra l'amor di patria, essendo loro assegnato il regno de' cicli, e tanto meno si poteva sperarlo in quella turba di prelati forastieri, che accorrono in Roma da ogni parte per far fortuna, i quali non hanno per l'Italia alcun interesse. I suoi pensieri non fecero eco, morirono con lui, e furono gli autori moderni che li diseppellirono. Morì l'Orsini in Roma nel 1789.
m 1738 Anna Paola Flaminia di Baldassare Erba-Odescalchi duca di Bracciano, nata nel 1772, 23 ottobre, morta di parto nel 1742, 26 agosto [Maria Maddalena (1739), Filippo Bernualdo (1742), Filippo (1742), Giacinta].
Nato nel 1742, 9 agosto. Quande il padre fu promosso alla porpora nel 1743, a lui passò il titolo di duca di Gravina (16°). Nel 1775 il re di Napoli lo nominò suo gentiluomo di camera. Nel 1760 il padre lo emancipò, acciò potesse essere ammesso ai consigli di Napoli, nella quale occasione Clemente XIII lo nominò principe assistente al soglio pontificio, e gli concedette privilegio, che le milizie pontificie gli presentassero le armi. Nel 1767 fu mandato ambasciatore straordinario in Toscana. Nel 1771 entrò al servizio miltare nella reale marina. Nel 1775 fu eletto cavaliere dell'Ordine di s. Genaro. Diventò colonello del regimento Real Napoli, e nel 1777 tenente generale. Nel 1780 fu confermato nel grandato di Spagna. Nel 1784 fu nominato ajo del principe ereditario. Già primo cavallerizzo della regina, nel 1802 fu incaricato di accompagnare a Barcellona Mari Antonia di Napoli, che andava sposa a Madrid del principe di Asturias, e di condurre ad un tempo l'infanta Donna Isabella, che venne in allora in Napoli sposa del principe ereditario, di cui fu nominato maggiordomo maggiore. In tempo della dominazione de' francesi nel regno di Napoli, fu nominato commendature dell'Ordine delle due Sicilie. Colla consolazione di avere veduto ritornare nel 1814 gli antichi suoi principi, morì nel 1824, 3 novembre. Prevalendosi delle facoltà accordate a' baroni romani dal motu proprio 6 luglio 1816 di rinunciare ai diritti feudali, aveva rinunziato il 26 settembre ai diritti baronali del feudo di Rocca Gorga nello Stato romano, riservandosene il titolo.
m Maria Teresa di Francesco-Marino Caracciolo principe d'Avellino [Giacinto (1771), Maria Antonia, Domenico (1765), Marino (1767), Paola (1770), Benedetto (1773), Franceso (1775)].
Nato nel 1765, 19 ottobre. 17° Duca di Gravina. Gentilumo di camera d'esercizio. Premori al padre nel 1790, 18 luglio.
m Faustina di Giuseppe Caracciolo principe di Torella [Domenico (1790), Teresa].
Nato nel 1790, 23 novembre. 18° Duca di Gravina. Sostenne parrechi officj onorevoli per incarico del suo principe. Nel 1834 fu eletto senatore di Roma da Gregorio XVI dignità che in consuetidine era perpetua, e ch'egli coprì fino al 31 dicembre 1847, essendo stata da Pio IX distrutta nella sua essenza, rivivendo soltanto il titolo nell'attuale capo della nuova magistratura municipale romana, i di cui attributi sono affatto differenti da quelli che appartenevano agli antichi senatori di Roma.
m 1823 Roma, 6 febbrajo Maria Luisia (1804 Roma-1883) di Don Giovanni Raimondo Torlonia 1° Duca di Bracciano e di Anna Maria Schultheiss [Giacinta (1825), Teresa (1835), Filippo (1842), Beatrice (1837), Maria (1838)].
(1842 Roma-1924) 19° Duca di Gravina, 9° Principe di Solofra, 8° Principe di Vallata, 5° Principe di Roccagorga, Principe del Sacro Romano Impero, Principe Romano, Secondo Principe Assistente al Soglio Pontificio, Nobile Romano coscritto, Patrizio di Genova, Napoli e Venezia e Grande di Spagna di prima classe alla morte del padre.
m 1865 Vienna, 17 ottobre Julie Contessa Hoyos-Wenckheim (1847 Vienne-1909 Rome), figlia del conte Heinrich e di Felicia Contessa Zichy de Zichy et Vasonykeoe [Maria Isabella (1867-1944), Domenico Napoleone (1868-1947), Clarissa (1871-1925), Lelio Nicolò* (1877): «ottiene il riconoscimento di Principe del S.R.I. e di Principe con decreto reale italiano del 24-6-1929 (diploma del 20-11-1930), m 1927 la Contessa Luisa Rignon (1897 Milano-1975 Roma), figlia del Conte Edmondo e di Maria Nicolis de Robilant dei Conti di Robilant e Cereaglio», Alfonsina (1879)].
* Figli del Principe Lelio Niccolò [Sveva (nata a Roma il 19 marzo 1930), sposa nel 1953 Francesco Mancini, divorziata civilmente e nozze annullate dalla Sacra Rota; Raimondo Orsini ** (nato a Roma nel 1931), sposa a Roma il 6 giugno 1978 la Principessa Kethevana Bagrationi Moukhrani, figlia del Principe Costantino e di Monica Contessa Paulliac de Fauballiade (nata a Bordeaux il 20 luglio 1954)].
** Figli del Principe Raimondo Orsini [Georgiana Maria (15 agosto 1979 Roma-26 agosto 2005 Roma); Lelio Niccolò (nato a Roma il 27 maggio 1981); Luisa Eleonora (nata a Roma il 2 febbraio 1986); Dorothea (nata a Roma il 25 ottobre 1990)].
(1868 Roma-1947 Roma) 20° Duca di Gravina, 10° Principe di Solofra, 9° Principe di Vallata, 6° Principe di Roccagorga, Principe Romano, Principe del S.R.I., Secondo Principe Assistente al Soglio Pontificio, Conte di Muro Lucano, Nobile Romano Coscritto, Patrizio di Napoli, Venezia e Genova e Grande di Spagna di prima classe alla morte del padre, titolo confermati con decreto regio italiano del 13 aprile 1930.
m a) 1891 Napoli, 22 giugno Domenica Varo (1867 Foggia-1919 Roma) b) 1924 Deauville, 9 giugno Laura Schwarz (1883 Los Angeles) [dalle prime nozze: Virginio (1892 Napoli-1972 Roma), Ildegarda (1895 Roma-1945 Vienna), Isabella (1897 Sorrento- morta dopo il 1960)].
(1892 Napoli-1972 Roma) 21° Duca di Gravina, 11° Principe di Solofra, 10° Principe di Vallata, 7° Principe di Roccagorga, Prinicpe Romano, Secondo Principe Assistente al Soglio Pontificio, Principe del S.R.I., Conte di Muro Lucano, Nobile Romano Coscritto, Patrizio di Venezia, Napoli e Genova e Grande di Spagna di prima classe alla morte del padre.
m 1919 Adele Pansa (1896 Milano) [Filippo (1920 Milano-1984 Roma)]
(1920 Milano-1984 Roma) 22° Duca di Gravina, 12° Principe di Solofra, 11° Principe di Vallata, 8° Principe di Roccagorga, Principe Romano, Principe del S.R.I., Secondo Principe Assistente al Soglio Pontificio, Conte di Muro Lucano, Nobile Romano Coscritto, Patrizio di Genova, Napoli e Venezia e Grande di Spagna di prima classe alla morte del padre. Autore del libro Mémoires du Prince Orsini, 7 ans de Vatican, La Table Ronde, France, 1964.
m 1946 Franca Bonaccossi (1926) Marchesa e Contessa di San Michele Arcangelo, figlia ed erede del Conte e Marchese Taino e di Carolina de Zara dei Conti di Sessa [Domenico Napoleone (1948 Roma), Benedetto (1956 Roma)].
(1948 Roma) 23° Duca di Gravina, 13° Principe di Solofra, 12° Principe di Vallata, 9° Principe di Roccagorga, Principe Romano, Secondo Principe Assistente al Soglio Ponticio, Conte di Muro Lucano, Nobile Romano Coscritto, Patrizio di Genova, Napoli e Venezia e Grande di Spagna di prima classe alla morte del padre.
m 1977 Martine Berheim (1951 Francia). [Leontia (1978 Parigi), Cajetana (1984 Roma)].