Gli Orsini e Roma
- "...la presenza degli Orsini è incisa nelle
pietre, oltre che nella memoria degli storici."
- (Domenico Napoleone Orsini, IL TEMPO 26 ottobre 2006)
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- Lo zoccolo del monumento perduto di papa
Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini 1277-1280) nel vecchio
San Pietro
- Grotte del Vaticano
- (Fonte http://www.romeartlover.it)
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- "Di FULVIO STINCHELLI (Fonte www.iltempo.it), Domenico
Napoleone Orsini, figlio di Filippo (l'ultimo della famiglia a
ricoprire la carica di Principe Assistente al Soglio Pontificio),
e attuale "capitano" della storica casata, non ha preso per niente
bene il libro del professore canadese Anthony Majanlhati,
presentato ieri (25 ottobre 2006) in pompa magna ai Musei
Capitolini, manifestazione che viene trattata nell’articolo qui
accanto. "Intendiamoci - dice don Domenico -, non voglio
impancarmi a critico letterario, ci mancherebbe altro. Parlo per
me, anzi, per noi, gli Orsini, che siamo stati in quel libro
trattati con poco riguardo. Ma come?, fin dal titolo: "Guida
completa alle grandi famiglie di Roma", quel libro pretende di
essere attento, preciso e, soprattutto, completo, e lui, l'autore,
invece, che ti fa? Sbatte Casa Orsini in posizione subalterna
rispetto ad altre famiglie romane riverite, esaltate e incensate.
Non dico che i Colonna, i Chigi, i Borghese, i Barberini eccetera
non meritassero le reverenze tributate loro dal Majanlhati. Dico
che dell'eletta compagnia, con collocazione e spazi quanto meno
pari, avrebbe dovuto far parte anche la mia famiglia…". Nel libro,
comunque, non siete ignorati. Siete citati diffusamente più
volte. «E vorrei vedere che non fossimo nemmeno citati. Basta
avere una sommaria conoscenza della storia di questa città,
della storia del Papato, per sapere che gli Orsini, nel bene e nel
male, hanno lasciato a Roma una traccia indelebile… la nostra
presenza è incisa nelle pietre, oltre che nella memoria
degli storici. Quanti romani, piccoli e grandi, si sono dati
appuntamento nei secoli dicendo: "Ci vediamo a Monte Savello"?
Ebbene, Monte Savello era casa nostra, il cuore dell'Urbe degli
Orsini. Lei conosce il titolo originale della "Guida" di cui
stiamo parlando, nell'edizione in lingua inglese? Recita: "The
Families who made Rome". Capito?, le famiglie che fecero Roma.
Credo che sotto questo titolo, i Figli dell'Orsa, così ci
chiamavamo, abbiano diritto a un posto di prima fila».
Insomma, Roma, l'avete «fatta» sul serio? "Certo, anche
materialmente. Non si può dimenticare che la nostra
famiglia vanta tre romani pontefici: Celestino III, Niccolò
III, Benedetto XIII. Per non parlare del Papa Medici, che essendo
figlio di Clarice Orsini, dobbiamo considerare nostro per
metà. Quanto a Celestino III, che regnò dal 1191 al
1198, la sua traccia concreta è sbiadita coi secoli, ma
già Niccolò III, il celeberrimo "nepotista", che
Dante precipita all'Inferno coi simoniaci, in tre anni di
pontificato ne fece di cotte e di crude, dentro e fuori Roma. Di
Benedetto XIII, Pier Francesco Orsini, un sant'uomo,
basterà che rammenti che sotto di lui, nel 1725, venne
inaugurata la Scalinata di piazza di Spagna, che i nostri amici
anglosassoni chiamano Spanish Steps. Roma l'abbiamo fatta, eccome.
Per questo, l'abbiamo anche ricostruita. E, soprattutto,
riconsegnata al Papa, dopo il terribile Sacco del 1527. E Lepanto?
Senza il determinante contributo finanziario di Casa Orsini, non
so come sarebbe finita quella gloriosa impresa della
Cristianità. Come vede, a Roma ci siamo sempre stati. E ai
massimi livelli". Riconosca, don Domenico, che il professor
Majanlhati si limita a dire, con un certo garbo, che ultimamente
la vostra famiglia ha "perso lo smalto". Il che è
innegabile. "Innegabile, perché? Tutto sta a capirci
intorno al termine "smalto". Se lo smalto è rappresentato
dai palazzi, e solo dai palazzi, be', ve la posso anche passare.
È vero, la nostra famiglia oggi non possiede più, a
cominciare dalla dimora del Teatro di Marcello, i suoi storici
edifici. Saremmo per questo dei "decaduti". No, noi Orsini siamo
dei "sopravvissuti", nel senso che possiamo perdere i beni
immobili, ma la continuità della stirpe, in linea diretta,
quella non l'abbiamo mai perduta. È una peculiarità
dei Figli dell'Orsa: sopravvivono sempre, senza andare a cercare
la continuità nelle alliances". Sopravvivete, dunque, nel
sangue, nel nome e in che altro? "E nei beni, per così
dire, mobili. La Famiglia possiede un patrimonio azionario in
società celeberrime; siede nei boards di grandi
multinazionali. Voglio dire che gli Orsini, invece di vivere
affittando appartamenti, si sono messi a lavorare in altro modo,
diversificando… si dice così, no? Io personalmente mi sono
reinventato nel settore agro-alimentare. Produco conserve, pasta
eccetera. Un'attività sempre certa, perché, cambiano
i tempi, ma uomini e animali continuano a mangiare
inflessibilmente. È un lavoro che mi appassiona. Ho
incominciato ad amarlo fin da piccolo, quando osservavo i
contadini al lavoro nei campi di mio nonno". Un aristocratico
romano che tratta i prodotti della terra? Poco credibile agli
occhi di visitatori stranieri, specie anglosassoni… "Ne convengo.
Ma dovranno abituarsi, anche loro, a guardarci diversamente. Ma
torniamo alla terra, alla nostra terra. Sa che la terra ha un
sapore? Lo appresi dai contadini della mia infanzia. Raccoglievano
una zolla e la disfacevano tra i palmi delle mani, poi
assaporavano quei detriti. Perché se una terra è
buona, lo si capisce dal suo sapore. Eh, da loro ho imparato molte
cose… Eppoi, mi consenta, ora come ora, mi sento più
"smaltato" di prima". "
- Giovedì 26 ottobre 2006
- (Fonte www.iltempo.it)
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