Gli Orsini e la Litteratura
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Dante
Alighieri
- La Divina
Commedia
- Inferno - canto XIX
Niccolò III ( versi 67-72)
- O Simon mago, o miseri seguaci
- che le cose di Dio, che di bontate
- deon essere spose, e voi rapaci
- per oro e per argento avolterate,
- or convien che per voi suoni la tromba,
- però che ne la terza bolgia state.
- Già eravamo, a la seguente tomba,
- montati de lo scoglio in quella parte
- ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
- O somma sapienza, quanta è l'arte
- che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
- e quanto giusto tua virtù comparte!
- Io vidi per le coste e per lo fondo
- piena la pietra livida di fóri,
- d'un largo tutti e ciascun era tondo.
- Non mi parean men ampi né maggiori
- che que' che son nel mio bel San Giovanni,
- fatti per loco d'i battezzatori;
- l'un de li quali, ancor non è molt'anni,
- rupp'io per un che dentro v'annegava:
- e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
- Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
- d'un peccator li piedi e de le gambe
- infino al grosso, e l'altro dentro stava.
- Le piante erano a tutti accese intrambe;
- per che sì forte guizzavan le giunte,
- che spezzate averien ritorte e strambe.
- Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
- muoversi pur su per la strema buccia,
- tal era lì dai calcagni a le punte.
- "Chi è colui, maestro, che si cruccia
- guizzando più che li altri suoi consorti",
- diss'io, "e cui più roggia fiamma succia?".
- Ed elli a me: "Se tu vuo' ch'i' ti porti
- là giù per quella ripa che più giace,
- da lui saprai di sé e de' suoi torti".
- E io: "Tanto m'è bel, quanto a te piace:
- tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
- dal tuo volere, e sai quel che si tace".
- Allor venimmo in su l'argine quarto:
- volgemmo e discendemmo a mano stanca
- là giù nel fondo foracchiato e arto.
- Lo buon maestro ancor de la sua anca
- non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
- di quel che si piangeva con la zanca.
- "O qual che se' che 'l di sù tien di sotto,
- anima trista come pal commessa",
- comincia' io a dir, "se puoi, fa motto".
- Io stava come 'l frate che confessa
- lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
- richiama lui, per che la morte cessa.
- Ed el gridò: "Se' tu già costì ritto,
- se' tu già costì ritto, Bonifazio?
- Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
- Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
- per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
- la bella donna, e poi di farne strazio?".
- Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
- per non intender ciò ch'è lor risposto,
- quasi scornati, e risponder non sanno.
- Allor Virgilio disse: "Dilli tosto:
- "Non son colui, non son colui che credi"";
- e io rispuosi come a me fu imposto.
- Per che lo spirto tutti storse i piedi;
- poi, sospirando e con voce di pianto,
- mi disse: "Dunque che a me richiedi?
- Se di saper ch'i' sia ti cal
cotanto,
- che tu abbi però la ripa corsa,
- sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
- e veramente fui figliuol de l'orsa,
- cupido sì per avanzar li orsatti,
- che sù l'avere e qui me misi in borsa.
- Di sotto al capo mio son li altri tratti
- che precedetter me simoneggiando,
- per le fessure de la pietra piatti.
- Là giù cascherò io altresì quando
- verrà colui ch'i' credea che tu fossi
- allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.
- Ma più è 'l tempo già che i piè mi
cossi
- e ch'i' son stato così sottosopra,
- ch'el non starà piantato coi piè rossi:
- ché dopo lui verrà di più laida opra
- di ver' ponente, un pastor sanza legge,
- tal che convien che lui e me ricuopra.
- Novo Iasón sarà, di cui si legge
- ne' Maccabei; e come a quel fu molle
- suo re, così fia lui chi Francia regge".
- Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
- ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
- "Deh, or mi dì : quanto tesoro volle
- Nostro Segnore in prima da san Pietro
- ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
- Certo non chiese se non "Viemmi retro".
- Né Pier né li altri tolsero a Matia
- oro od argento, quando fu sortito
- al loco che perdé l'anima ria.
- Però ti sta, ché tu se' ben punito;
- e guarda ben la mal tolta moneta
- ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
- E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
- la reverenza delle somme chiavi
- che tu tenesti ne la vita lieta,
- io userei parole ancor più gravi;
- ché la vostra avarizia il mondo attrista,
- calcando i buoni e sollevando i pravi.
- Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
- quando colei che siede sopra l'acque
- puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
- quella che con le sette teste nacque,
- e da le diece corna ebbe argomento,
- fin che virtute al suo marito piacque.
- Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
- e che altro è da voi a l'idolatre,
- se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
- Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
- non la tua conversion, ma quella dote
- che da te prese il primo ricco patre!".
- E mentr'io li cantava cotai note,
- o ira o coscienza che 'l mordesse,
- forte spingava con ambo le piote.
- I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
- con sì contenta labbia sempre attese
- lo suon de le parole vere espresse.
- Però con ambo le braccia mi prese;
- e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
- rimontò per la via onde discese.
- Né si stancò d'avermi a sé distretto,
- sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
- che dal quarto al quinto argine è tragetto.
- Quivi soavemente spuose il carco,
- soave per lo scoglio sconcio ed erto
- che sarebbe a le capre duro varco.
- Indi un altro vallon mi fu scoperto.
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