Gli Orsini e la Litteratura
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Giovanni Villani
- (1276-1348)
- Nuova Cronica
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Tomo Primo, Libro Ottavo (39-77)
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XXXIX
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- Come fu fatto papa Ghirigoro X a Viterbo, e come vi fu morto
Arrigo figliuolo del re d'Inghilterra.
- Arrivato lo detto stuolo de' Cristiani in Cicilia, sì
vi soggiornarono alquanto per guerire i malati, e prendere
rinfrescamento, e rifare loro navilio; e quelli re e signori
furono assai onorati da Carlo re di Cicilia; e poi si partirono di
Cicilia, e lo re Carlo co·lloro ne vennero per lo regno di
Puglia, e per Calavra a Viterbo, ov'era la corte della Chiesa in
vacazione, e a Viterbo soggiornarono i detti re Filippo di
Francia, e Carlo di Cicilia, e Adoardo e Arrigo suo fratello e
figliuoli del re d'Inghilterra, per fare che' cardinali ch'erano
in discordia eleggessono buono pastore per riformare l'apostolica
sedia. E non potendo avere concordia di niuno di loro ch'erano
presenti, elessono papa Gregorio X di Piagenza, il quale era
cardinale e legato in Soria alla Terrasanta, e lui eletto, tornato
d'oltremare fu consecrato papa gli anni di Cristo MCCLXXII.
Essendo i sopradetti signori in Viterbo, avenne una laida e
abominevole cosa sotto la guardia del re Carlo: che essendo Arrigo
fratello d'Adoardo figliuolo del re Ricciardo d'Inghilterra in una
chiesa alla messa, celebrandosi a quell'ora il sacrificio del
corpo di Cristo, Guido conte di Monforte, il quale era per lo re
Carlo vicario in Toscana, non guardando reverenza di Dio né
del re Carlo suo signore, uccise di sua mano con uno stocco il
detto Arrigo, per vendetta del conte Simone di Monforte suo padre,
morto a sua colpa per lo re d'Inghilterra. E di ciò
è bene da farne notevole memoria. Regnando inn-Inghilterra
Arrigo padre del buono Adoardo, fu uomo di semplice vita,
sicché i baroni l'aveano per niente, perch'egli
mandò per lo detto conte Simone suo parente che gli
guidasse il reame, ch'Adoardo era giovane. Questi era molto temuto
e ridottato; e come si vide il reggimento del reame in mano, come
fellone e traditore, gli oppuose falsamente che il re avesse fatte
certe inique leggi contra il popolo, e mise lui e Adoardo in
pregione, nella torre di Dovero, e teneasi il reame. La reina...
zia per madre d'Adoardo, per volerlo scampare, sappiendo che per
ogni Pasqua il conte Simone venia a Dovero, e traeva Adoardo della
torre e facealo cavalcare seco, e come si partia il facea
rimettere in pregione con grande e stretta guardia, eziandio di
lettere, la savia reina mandò a Dovero una savia e bella
damigella che sapea operare di gioelli, borse, e carnieri. Adoardo
veggendola si prese di lei, e tanto adoperò colle guardie,
che gli menarono la detta damigella, e volendola toccare, gli
disse: "Io ci sono per altro"; e trasse fuori lettere gli mandava
la reina, avisandolo del suo scampo e salute; e per quelle
l'avisò come gli mandava per uno nostro Fiorentino cozzone,
ch'avea nome Persona Fulberti, con belli destrieri, e uno batto
armato con molti remi, avisandolo come avesse a·ffare. Ora,
com'era usato per la Pasqua, il conte Simone venne a Dovero, e
tratto Adoardo della torre, e provando i destrieri del detto
cozzone, Adoardo con licenza del conte salì in su il
migliore, menandolo a grandi rote; alla fine prese campo, e
dilungossi, e venne al porto, e trovò apparecchiato il
batto. Lasciato il cavallo, su vi salìo, e arrivò in
Francia, e poi coll'aiuto del re di Francia, di Fiandra, di
Brabante, e della Magna, con grande stuolo passò in
Inghilterra, e combatté col conte Simone, e sconfisselo, e
prese una coppa, e fecelo tranare, e poi impiccare, e
diliberò il padre; e quegli morto, fu Adoardo coronato re
d'Inghilterra a grande onore. Tornando a nostra principale
materia, come per la detta vendetta fu morto il conte Arrigo,
conte di Cornovaglia, fratello del re Adoardo, come dicemmo
dinanzi, onde la corte si turbò forte, dando di ciò
grande riprensione al re Carlo, che ciò non dovea
sofferire, se·ll'avesse saputo, e se no·ll'avesse saputo
no·llo dovea lasciare scampare sanza vendetta. Ma il detto
conte Guido proveduto di compagnia di gente d'arme a cavallo e a
piè, non solamente gli bastò d'avere fatto il detto
micidio; perché uno cavaliere il domandò che egli
avea fatto, e egli rispuose: "Ie a fet ma vengianze"; e quello
cavaliere disse: "Comant? Vostre pere fu trainé";
incontanente tornò nella chiesa, e prese Arrigo per gli
capelli, e così morto il tranò infino fuori della
chiesa villanamente; e fatto il detto sacrilegio, e omicidio, si
partì di Viterbo, e andonne sano e salvo in Maremma nelle
terre del conte Rosso suo suocero. Per la morte del detto Arrigo
Adoardo suo fratello molto cruccioso e isdegnato contro a·re
Carlo si partì di Viterbo, e vennesene con sua gente per
Toscana, e soggiornò in Firenze, e fece cavalieri
più cittadini, donando loro cavagli e tutti arredi di
cavalieri nobilemente, e poi se n'andò inn-Inghilterra, e
'l cuore del detto suo fratello in una coppa d'oro fece porre in
su una colonna in capo del ponte di Londra sopra 'l fiume di
Tamisi, per memoria agl'Inghilesi del detto oltraggio ricevuto.
Per la qual cosa Adoardo poi che fu re, mai non fu amico del re
Carlo, né di sua gente. Per simile modo si partì
Filippo re di Francia con sua gente, e passò, e
albergò più giorni in Firenze; e giunto in Francia,
soppellito il corpo del buono re Luis suo padre a grande onore, e'
si fece coronare con grande solennità a Rens.
-
XL
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- Come i Tartari scesono in Turchia, e come ne cacciarono i
Saracini.
- Nel detto anno MCCLXX Banducdar soldano de' Saracini, dopo la
presa ch'egli avea fatta della città d'Antioccia, gran
parte del reame d'Erminia, passò con suo esercito in
Turchia, la quale si tenea per gli Tartari, e per forza e per
tradimento la raquistò, e' Tartari che·ll'abitavano ne
cacciò; per la qual cosa lo re d'Erminia andò per
soccorso alla grande città del Torigi ad Abaga Cane
figliuolo che fu Aloon signore de' Tartari, onde adietro facemmo
menzione. E fornita sua ambasciata, il detto Abaga Cane, il quale
era molto amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, il ricevette
onorevolemente, e l'anno appresso venne con suo esercito di
Tarteri col detto re d'Erminia in Turchia. E 'l detto soldano
sentendo la venuta de' Tarteri, si partì, e abandonò
la Turchia, per la qual cosa i Tarteri ebbono la signoria della
Turchia e d'Erminia, e volle il detto Abaga Cane dare a' Cristiani
e a·re d'Erminia la detta Turchia. Lo re d'Erminia non
sentendosi poderoso, e la Chiesa e' signori di ponente per le loro
guerre l'aiutavano male, riprese il suo reame d'Erminia, e
lasciò a' Tartari la Turchia, la quale non molto tempo
appresso per difetto de' Cristiani, e spezialmente de' Greci che
vi sono vicini, i Saracini la ripresono.
- XLI
-
- Come lo re Enzo figliuolo dello imperadore Federigo
morì in pregione in Bologna.
- L'anno appresso MCCLXXI, del mese di marzo, il re Enzo,
figliuolo che fu di Federigo imperadore, morì nella
pregione de' Bolognesi, nella quale era stato lungo tempo, e fu
soppellito da' Bolognesi onorevolemente a la chiesa di San
Domenico in Bologna, e in lui finìo la progenia dello
imperadore Federigo. Ben si dice ch'ancora n'era uno figliuolo che
fu de·re Manfredi, il quale stette lungamente nella pregione
del re Carlo nel castello dell'Uovo a Napoli, e in quello per
vecchiezza e disagio accecato della vista miseramente finìo
sua vita.
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XLII
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- Come papa Ghirigoro colla corte venne in Firenze, e fece fare
pace tra' Guelfi e' Ghibellini.
- Negli anni MCLXXII Gregorio decimo di Piagenza, tornato lui
della legazione d'oltremare, fu consegrato e coronato papa, e per
lo grande affetto e volontà ch'egli avea del soccorso della
Terrasanta, e che generale passaggio si facesse oltremare,
incontanente che fu fatto papa, ordinò concilio generale
a·lLeone sopra Rodano in Borgogna, e fece che per suo mandato
gli elettori dello 'mperio d'Alamagna elessono re de' Romani
Ridolfo conte di Furimborgo, il quale era valente uomo d'arme,
tutto che fosse di piccola potenza; ma per sua prodezza
conquistò Soavia e Osteric: e [in] Osteric che vacava per
lo dogio che fu morto con Curradino dal re Carlo fece dogio
Alberto suo figliuolo. Il sopradetto papa l'anno appresso la sua
coronazione si partì colla corte da Roma per andare a Leone
su Rodano al concilio per lui ordinato, e entrò in Firenze
co' suoi cardinali, e collo re Carlo, e collo imperadore Baldovino
di Gostantinopoli, il quale fu del legnaggio della casa prima di
Fiandra. Questo Baldovino fu figliuolo d'Arrigo fratello del primo
Baldovino, che conquistò Gostantinopoli co' Viniziani, come
addietro facemmo menzione. E col papa e col re Carlo vennero in
Firenze e più altri signori e baroni a dì di XVIII
di giugno, gli anni di Cristo MCCLXXIII, e da' Fiorentini furono
ricevuti onorevolemente. E piaccendogli la stanza di Firenze per
l'agio dell'acqua, e per la sana aria, e che la corte avea ogni
agiamento, sì ordinò di soggiornare e di fare la
state in Firenze. E trovando lui che sì buona città,
com'era Firenze, era guasta per cagione delle parti, che n'erano
fuori i Ghibellini, volle che tornassono in Firenze, e facessono
pace co' Guelfi, e così fu fatta; e a dì II di
luglio nel detto anno il detto papa co' suoi cardinali, e col re
Carlo, e col detto imperadore Baldovino, e con tutta la baronia e
gente della corte, e congregato il popolo di Firenze nel greto
d'Arno a piè del capo del ponte Rubaconte, fatti in quello
luogo grandi pergami di legname ove stavano i detti signori, in
presenzia di tutto il popolo diede sentenzia, sotto pena di
scomunicazione chi la rompesse, e sopra la differenzia ch'era tra
la parte guelfa e la ghibellina, faccendo basciare in bocca i
sindachi di ciascuna parte, e fare pace, e dare mallevadori e
stadichi; e tutte le castella che' Ghibellini teneano renderono in
mano del re Carlo, e gli stadichi ghibellini andarono in Maremma a
la guardia del conte Rosso. La qual pace poco durò,
sì come appresso faremo menzione. E quello dì il
detto papa fondò la chiesa di Santo Gregorio, e per lo suo
nome così la titolòe, la qual feciono fare quegli
della casa de' Mozzi, i quali erano mercatanti del papa e della
Chiesa, e in picciolo tempo venuti in grande ricchezza e stato, e
ne' loro palagi in capo del ponte Rubaconte di là da Arno
abitò il detto papa, mentre soggiornò in Firenze; e
lo re Carlo abitò al giardino de' Frescobaldi, e lo
'mperadore Baldovino al vescovado. Ma al quarto dì appresso
il papa si partì di Firenze, e andonne a soggiornare in
Mugello col cardinale Attaviano ch'era della casa degli Ubaldini,
da' quali fu ricevuto, e fatto grande onore. Alla fine della state
si partì il papa, e' suo' cardinali, e il re Carlo, e
andarne oltremonti a Leone sopra Rodano in Borgogna. E la cagione
perché il papa si partì così tosto di Firenze
si fu che avendo fatti venire in Firenze i sindachi della parte
ghibellina, e fattigli basciare in bocca pace faccendo, come detto
avemo, co' sindachi de' Guelfi, e rimasi in Firenze per dare
compimento a' contratti della pace, e tornando ad albergo a casa i
Tebalducci in Orto Sammichele, o vero o non vero che fosse,
a·lloro fu detto che 'l maliscalco del re Carlo a petizione
de' grandi Guelfi di Firenze gli farebbe tagliare per pezzi, se
non si partissono di Firenze. Alla quale cagione diamo fede per la
iniquità delle parti; e incontanente si partirono di
Firenze, e andarsene, e fu rotta la detta pace; onde il papa si
turbò forte, e partissi di Firenze lasciando la
città interdetta, e andonne, come detto avemo, in Mugello;
e col re Carlo per questa cagione rimase in grande isdegno.
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XLIII
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- Come papa Ghirigoro fece concilio a Leone sopra Rodano.
- Negli anni di Cristo MCCLXXIIII papa Gregorio celebrò
concilio a Leone sopra Rodano del mese di maggio infino a
dì IIII d'agosto, nel quale concilio Paglialoco imperadore
de' Greci e il patriarca di Gostantinopoli si riconciliarono colla
Chiesa di Roma, promettendo di correggersi di certi errori che i
detti Greci hanno tenuti, e seguire per innanzi secondo la nostra
fede e ordini della santa Chiesa romana, tutto che poi no·llo
attenessono come promisono. E tutto questo riconciliamento fece il
papa co' Greci per acconcio del passaggio d'oltremare, ordinato
per lui al detto concilio, ond'egli ave' grande affezzione e
studio. Ma per lo riconciliamento col Paglialoco e co' Greci lo re
Carlo fu molto contrario e cruccioso, per amore dello 'mperadore
Baldovino, suo genero della figliuola, al quale di ragione di
conquisto sucedea il detto imperio; e lo re Carlo ch'avea
già impreso ad atargliele racquistare, onde crebbe lo
sdegno tra lui e 'l papa cominciato in Firenze, come di sopra
facemmo menzione. Per lo quale riconciliamento de' Greci il detto
papa confermò il detto Paglialoco imperadore dello 'mperio
di Gostantinopoli, e confermò Ridolfo conte di Furimborgo
eletto re de' Romani, signore di gran valore, tutto fosse di
piccolo lignaggio, e ch'egli era degno dello 'mperio di Roma, e
acciò ch'egli venisse per la corona a Roma, e fosse
capitano e imperadore del passaggio d'oltremare, e ch'egli venisse
più tosto, il papa gli promise e dipuose de' danari della
Chiesa apo le compagnie di Firenze e di Pistoia, i quali erano
mercatanti del papa e della Chiesa, CCm di fiorini d'oro nella
città di Melano; e il detto Ridolfo promise sotto pena di
scomunicazione d'essere in Melano infra certo tempo; la quale
promessione per sue imprese e guerre d'Alamagna non venne, e non
passò i monti, e mai nonn-ebbe la corona,
né·lla benedizione dello 'mperio, ma rimase
scomunicato; e per avere poi sua pace col papa e colla Chiesa, e
esser ricomunicato, sì privileggiò la contea di
Romagna, come potea di ragione, alla Chiesa di Roma, e da indi
innanzi la possedette la Chiesa per sua. E nel detto concilio il
detto papa ordinò il passaggio generale d'oltremare a
ricovero della Terrasanta, e che·lle decime si ricogliessono
per tutta la Cristianità sei anni in susidio del detto
passaggio, e diede la croce, e ordinò si desse la croce per
tutta Cristianità per lo detto passaggio, perdonando colpa
e pena chi·lla prendesse, o v'andasse, o mandasse; e
vietò l'usura, e scomunicò chi·lla facesse
piuvica, e vietò tutte l'ordini de' frati mendicanti, salvo
che'll'ordine de' frati minori e predicatori; confermò i
romitani, e' carmellini si riservò sospesi. E molte altre
costituzioni e decreti utili per la Chiesa vi si feciono, e
vietò i soperchi ornamenti delle donne per tutta la
Cristianità.
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- XLIV
-
- Come la parte ghibellina fu cacciata di Bologna.
- Nel detto anno MCCLXXIIII, a dì II del mese di giugno,
la parte ghibellina di Bologna, detti Lambertacci per uno casato
che n'era capo così chiamato, furono cacciati di Bologna; e
ciò fu per cagione e sospetto che·lla parte ghibellina
era molto cresciuta in Romagna, e poco innanzi cacciata la parte
guelfa di Faenza; alla quale cacciata de' Ghibellini di Bologna i
Fiorentini vi mandarono in servigio de' Guelfi gente d'arme a
cavallo; ma il popolo di Bologna non gli lasciarono entrare nella
terra, ma si feciono loro incontro in su il Reno; e fuvi morto il
cavaliere della podestà di Firenze ch'era capitano de'
detti cavalieri, dicendo i Bolognesi che non voleano che i
Fiorentini guastassono la loro città, siccom'eglino aveano
guasta Firenze. La quale sopradetta parte ghibellina di Bologna si
ridusse in Faenza; per la qual cosa i Bolognesi il settembre
vegnente andarono ad oste alla città di Faenza, e guastarla
intorno, onde i Ghibellini di Romagna colli usciti di Bologna
feciono loro capitano di guerra Guido conte di Montefeltro, savio
e sottile d'ingegno di guerra più che niuno che fosse al
suo tempo.
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- XLV
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- Come giudice di Gallura con certi Guelfi fu cacciato di Pisa.
- Negli anni di Cristo MCCLXXIIII Giovanni giudice del giudicato
di Gallura, grande e possente cittadino di Pisa, con suo
séguito d'alquanti Guelfi di Pisa, per oltraggio di sua
signoria, e perché il popolo di Pisa si tenea a parte
d'imperio, fue cacciato di Pisa. Per la qual cosa il detto giudice
si legò co' Fiorentini, e co' Lucchesi, e cogli altri
Guelfi della taglia di Toscana; e co·lloro insieme del mese
d'ottobre andarono ad oste sopra il castello di Montetopoli, il
quale ebbono a patti, uscendone i forestieri sani e salvi, e 'l
castello rimase al detto giudice di Gallura, il quale poco
vivette, perché il maggio seguente, gli anni di Cristo
MCCLXXV, morì nel castello di Samminiato.
-
XLVI
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- D'uno grande miracolo ch'avenne in Baldacca e Mansul
oltremare.
- Negli anni di Cristo MCLXXV avenne uno grande e bello
miracolo, del quale è bene da farne menzione in questa
nostra opera, in adificazione della nostra santa fede. Egli era in
que' tempi uno califfo de' Saracini in Baldacca e 'n Mansul, molto
savio e litterato, e nimico e persecutore de' Cristiani, che in
quello paese n'avea assai; e trovando egli per lo Vangelo di santo
Matteo, ove Cristo disse a' suoi discepoli che chi avesse tanta
fede quant'uno granello di senape, e nel suo nome comandasse a uno
monte si levasse di suo luogo e si ponesse altrove, sì il
farebbe essere; trovando questo argomento, per confondere i
Cristiani, sì richiese i vescovi e' caporali de' Cristiani,
e mostrò loro il detto Vangelio, e se 'l volessono
aprovare, tutti dissono di sì. Allora comandò loro
che "infra X dì voi comandiate a uno grande monte ch'era in
quello luogo si levasse e si riponesse in altra parte, e se
ciò non farete, voi sete sanza fede al vostro Iddio, e
falsi Cristiani, e voglio che rinneghiate Cristo e facciatevi
Saracini, e se non, sì vi farò tutti morire di mala
morte". Ricevuto l'aspro e crudele comandamento, non sapeano
che·ssi dire né che·ssi fare, ma con grandi
pianti e dolori, come gente giudicata a morte, ricorsono alla
misericordia d'lddio, e alla penitenzia, digiuni, e orazioni di
dì e di notte. Infra quegli giorni più volte venne
in visione a uno santo vescovo che uno povero ciabattiere, che
aveva pure uno occhio, gli doveva liberare: manifestollo al
popolo, e cercossi del ciabattiere, e trovossi; il quale era uomo
di santa vita, e ciò ch'egli avanzava di sua povera arte,
fornita miseramente sua vita, dava per Dio a' poveri, e l'occhio
ch'egli avea meno perdé, che calzando una bella Cristiana
gli venne tentazione di carnalità, onde si
scandalizzò molto, e ricordandosi del Vangelio di Cristo,
ove disse: "Se 'l tuo occhio ti scandalizza, sì il ritrai",
ed egli prendendo il semplice della lettera, con una lesina si
punse l'occhio, onde il perdé. E venuto il termine del
comandamento del calif, furono raunati tutti i Cristiani, uomini e
femmine e fanciulli, colle croci innanzi, nel piano dov'era al di
sopra il detto monte, i quali erano in quantità di
più di Cm, co' Saracini e Turchi armati intorno a cavallo e
a piè per distruggergli. Richiesto il ciabattiere di fare
il priego a·dDio, si disdicea come indegno e peccatore; ma
per la piatà e pianto del popolo s'inginocchiò, e
disse in piagnendo: "Signore Idio onipotente. io ti priego che tu
facci grazia e misericordia a questo tuo popolo, e mostri a questi
miscredenti la virtù del tuo figliuolo Iesù Cristo,
e dimostri visibile miracolo, acciò che sia glorificato il
tuo santo nome"; e ciò detto, comandò al monte che
per la virtù di Cristo si dovesse mutare, il quale con
grandi tremuoti, e spaventevole tempo di tuoni e baleni e venti,
si mosse, e si ripuose ove fu comandato; onde il detto popolo
cristiano con grande letizia furono liberi, ringraziando e
magnificando Iddio. Per lo quale visibile miracolo molti de'
Saracini si feciono Cristiani, e 'l califfo medesimo al segreto; e
quando venne a morte gli si trovò la santa croce a collo, e
vivuto dopo il miracolo in santa vita.
- Lasceremo de' fatti d'oltremare, e torneremo a quegli
d'Italia.
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XLVII
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- Come il conte Ugolino con tutto il rimanente de' Guelfi fu
cacciato di Pisa.
- Negli anni di Cristo MCCLXXV il conte Ugolino della casa de'
Gherardeschi di Pisa, col rimanente de' possenti Guelfi di Pisa,
fu cacciato di Pisa del mese di maggio; per la qual cosa
s'allegò co' Fiorentini, e Lucchesi, e l'altra taglia de'
Guelfi di Toscana, e andarono ad oste sopra la città di
Pisa del mese di luglio prossimo, e guastarono Vicopisano, e
ebbono più castella de' Pisani; e la detta oste fu fatta
contra il comandamento del papa, per la qual cosa fece contra loro
scomunicazione e interdetto.
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XLVIII
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- Come i Bolognesi furono sconfitti al ponte a San Brocolo dal
conte da Montefeltro e da' Romagnuoli.
- Negli anni di Cristo MCCLXXV, del mese di giugno, i Bolognesi
per comune andarono ad oste in Romagna sopra la città di
Forlì e quella di Faenza, perché riteneano i loro
usciti ghibellini; e di loro era capitano messer Malatesta da
Rimine; dalla parte de' Romagnuoli era capitano il conte Guido da
Montefeltro, il quale col podere de' Ghibellini di Romagna, e
cogli usciti di Bologna, e cogli usciti ghibellini di Firenze,
ond'era capitano messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno, si
feciono loro incontro al ponte a San Brocolo aboccandosi a
battaglia; nel quale aboccamento la cavalleria de' Bolognesi non
resse, ma quasi sanza dare colpo si misono alla fugga, chi dice
per loro viltà, e chi dice perché il popolo di
Bologna, il quale trattava male i nobili, furono contenti i nobili
di lasciargli al detto pericolo; e 'l conte da Panago, ch'era co'
nobili di Bologna, quando si partì dal popolo di Bologna,
disse per rimproccio: "Leggi gli statuti, popolo marcio". Il quale
popolo abandonato dalloro cavalleria, si tennero amassati in su il
campo grande pezza del giorno, difendendosi francamente. Alla
perfine il conte da Montefeltro fece venire le balestra grosse, le
quali il conte Guido Novello, ch'era podestà di Faenza,
aveva tratte della camera del Comune di Firenze quando ne fu
signore, e con quelle balestra saettando alle loro schiere, le
partì, e le ruppe, e sconfisse, onde molti cittadini di
Bologna ch'erano a piè in quella oste furono morti e presi.
-
XLIX
-
- Come i Pisani furono sconfitti da' Lucchesi al castello
d'Asciano.
- Nel detto anno, a dì II di settembre, i Lucchesi col
conte Ugolino e cogli altri usciti guelfi di Pisa, e con soldati
di Firenze, e col vicaro del re Carlo in Toscana, ch'avea nome...,
andarono ad oste sopra la città di Pisa contra il
comandamento del papa, e sconfissono i Pisani al castello
d'Asciano presso Pisa a III miglia, onde molti Pisani vi furono
morti e presi, e 'l detto castello rimase a' Lucchesi.
-
L
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- Della morte di papa Ghirigoro e di tre altri papi appresso.
- Negli anni di Cristo MCCLXXV, a dì XVIII di dicembre,
papa Ghirigoro X tornando dal concilio da Leone sopra Rodano,
arrivò nel contado di Firenze, e per cagione che·lla
città di Firenze era interdetta, e gli uomini di quella
scomunicati, perché nonn-aveano oservata la sentenzia della
pace ch'avea fatta tra' Guelfi e' Ghibellini, come
dicemmo adietro, sì non volle entrare in Firenze, ma per
ingegno fu guidato di fuori delle vecchie mura; e chi disse che
non potéo fare altro, perché 'l fiume d'Arno era per
piogge sì grosso ch'egli no·llo poté guadare,
ma di nicessità gli convenne passare per lo ponte
Rubaconte, sicché non aveggendosi, e non potendo altro
fare, entrò in Firenze; mentre passò per lo ponte e
per lo borgo di San Niccolò, ricomunicò la terra, e
andò segnando la gente, e come ne fu fuori, lasciò
lo 'nterdetto, e scomunicò da capo la città, con
malo animo dicendo il verso del Saltero che dice: "In camo et
freno maxillas eorum constringe etc."; onde i Guelfi che reggeano
Firenze ebbono grande sospetto e paura. E partitosi il detto papa
di Firenze, n'andò ad albergare a la badia a Ripole, e di
là sanza soggiorno se n'andò ad Arezzo; e giunto lui
in Arezzo, cadde malato, e come piacque a·dDio, passò
di questa vita a dì X del seguente mese di gennaio, e in
Arezzo fu soppellito a grande onore; della cui morte i Guelfi di
Firenze furono molto allegri, per la mala volontà che 'l
detto papa avea contra loro. Morto il papa, incontanente i
cardinali furono rinchiusi, e a dì XX del detto mese di
gennaio chiamarono papa Innocenzio quinto nato di Borgogna, il
quale era stato frate predicatore, e allora era cardinale; e
vivette papa infino al giugno vegnente, sì che poco fece, e
morì alla città di Viterbo, e in quella fu
soppellito onorevolemente. E appresso lui, a dì XII di
luglio, fu chiamato messere Ottobuono cardinale dal Fiesco della
città di Genova, il quale non vivette che XXXVIIII
dì nel papato, e fu chiamato papa Adriano quinto, e fu
soppellito in Roma. E appresso lui, del presente mese di
settembre, fu eletto papa maestro Piero Spagnuolo cardinale, il
quale fu chiamato papa Giovanni XXI, e non vivette papa che VIII
mesi e dì; che dormendo in sua camera in Viterbo gli cadde
la volta di sopra adosso, e morìo, e fu soppellito in
Viterbo a dì XX di maggio MCCLXXVII; e vacò la
Chiesa VI mesi. E nel presente anno fu grandissimo caro di tutte
vittuaglie, e valse lo staio del grano soldi XV da soldi XXX il
fiorino. E nota una grande e vera visione che avenne della morte
del detto papa a uno nostro Fiorentino mercatante della compagnia
degli speziali, ch'avea nome Berto Forzetti, della quale è
bene da fare menzione. Il detto mercatante avea uno vizio naturale
di diversa fantasia, che sovente fra sonno dormendo si levava in
su il letto a sedere, e parlava diverse maraviglie; e più
ancora, che essendo da' desti ch'erano co·llui domandato di
quello ch'egli parlava, rispondea a proposito, e tuttavia dormia.
Avenne che·lla notte che morìo il detto papa, essendo
il detto in nave in alto pelago, e andava in Acri, si levò
e gridò: "Omè! Omè!". E' compagni si
destarono, e domandarlo ch'egli avesse. Rispuose: "Io veggio uno
grandissimo uomo nero con una grande mazza in mano, e vuole
abattere una colonna in su ched è una volta". E poco stante
rigridò, e disse: "Egli l'hae abattuta, ed è morto";
fu domandato: "Chi?", rispuose: "Il papa". I detti suoi compagni
misono in iscritta le parole, e la notte; e giunti loro in Acri,
poco tempo appresso vi vennono novelle della morte del detto papa,
che apunto in quella notte avenne. E io scrittore ebbi di
ciò testimonianza da quegli mercatanti ch'erano presenti
col detto in su la detta nave, e udirono il detto Berto, i quali
erano uomini di grande autorità e degni di fede, e la fama
di ciò fu per tutta la città nostra. Poi fu
eletto papa Niccola III di casa gli Orsini di Roma, ch'avea
nome propio messer Gianni Guatani cardinale, il quale vivette papa
II anni e VIIII mesi e mezzo. Avemo detto de' sopradetti papi,
perché in XVI mesi morirono IIII papi. Lasceremo di dire
alquanto de' detti papi, e diremo delle cose che furono
a·lloro tempo in Firenze e per l'universo mondo.
-
LI
-
- Come i Fiorentini e' Lucchesi sconfissono i Pisani al fosso
Arnonico.
- Negli anni di Cristo MCCLXXVI, del mese di giugno, i
Fiorentini e' Lucchesi, a sommossa del conte Ugolino e degli altri
usciti guelfi di Pisa, col maliscalco del re Carlo ch'avea
nome..., in quantità di MD cavalieri e popolo assai,
andarono ad oste sopra Pisa verso il Ponte ad Era, e i Pisani, per
tema de' Fiorentini, aveano fatto di nuovo uno grande fosso poco
di là dal Ponte ad Era, presso di Pisa a VIII miglia, il
quale era lungo più di X miglia, e mettea in Arno, e
chiamavasi il fosso Arnonico; e a quello aveano fatti ponti e
fortezze di steccati e bertesche, e di là da quello i
Pisani stavano co·lloro oste alla difensione. E giuntavi
l'oste de' Fiorentini, combattendo il detto fosso, alcuna parte di
loro gente a piè e poi a cavallo di lungi all'oste
valicarono per punga il detto fosso lungo l'Arno. I Pisani
incontanente che sentirono che' nemici aveano valicato il fosso,
si misono alla fugga e inn-isconfitta, onde l'oste tutta
valicò cacciando i Pisani infino a Pisa; onde molti ne
furono morti e in grande quantità presi; per la quale
sconfitta i Pisani feciono le comandamenta de' Fiorentini e pace,
e rimisono i Pisani il detto conte Ugolino e tutti i loro usciti
guelfi.
-
LII
-
- Come furono sconfitti i signori della Torre di Melano.
- Negli anni di Cristo MCCLXXVI, a dì XX del mese di
gennaio, furono sconfitti i signori della Torre di Milano a
Cortenuova dal marchese di Monferrato e da' nobili cattani, e
varvassori, e dagli altri loro seguaci e usciti di Milano, e
furono morti due di quegli della Torre in quella battaglia, e
presi VI, e eglino e tutta loro parte, i quali teneano a parte
guelfa, furono cacciati di Milano, e tornovvi l'arcivescovo,
ch'era de' Visconti, e suoi consorti, e gli altri nobili, e ogni
altro uscito; e fu fatto capitano del popolo di Milano messer
Maffeo Visconti fratello dell'arcivescovo in questo modo: che
tornati i nobili in Milano, furono eletti IIII capitani, i capi
delle maggiori case di Milano, messer Maffeo Visconti, messer Otto
da Mandello figliuolo di messer Rubaconte, uno di quegli da
Posterla, e uno di quegli da Castiglione, e ciascuno dovea essere
uno anno; ma il primo fu messer Maffeo per riverenzia
dell'arcivescovo, ch'era suo fratello. Poi infra l'anno
l'arcivescovo adoperò che Otto fu fatto capitano di
Piagenza, e l'altro da Postierla di Pavia, e quello da Castiglione
di Lodi: e così in capo del termine rimase signore e
capitano messer Maffeo Visconti colla forza e senno
dell'arcivescovo; e poi durò molto tempo in signoria, e di
fuori quelli della Torre. E nota che' signori della Torre erano la
maggiore e la più possente casa d'avere e di persone che
fosse in Italia o in nulla cittade, e di loro era il patriarca
Ramondo d'Aquilea, il quale regnò XXVI anni patriarca, e
colla sua forza e per loro medesimi metteano MD cavalieri in campo
sanza il podere del Comune di Milano, ond'erano al tutto signori,
e spezialmente del popolo. E cacciatine i nobili cattani e
varvassori, e in quella signoria regnarono uno buono tempo, onde
prima fu capitano del popolo di Milano messer Alamanno della
Torre, figliuolo che fu di messer Martino e fratello del
patriarca, e fu buono uomo e giusto, e amato da tutti; poi fu
capitano messer Nappo, overo Nepoleon, suo fratello, e
cominciò a tirannezzare; e poi fu capitano messer Francesco
loro fratello, il quale fu pessimo in tutte cose, e per lo suo
soperchio e oltraggi alla sua signoria furono sconfitti e
perderono lo stato, come detto è di sopra.
-
LIII
-
- Come il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i prestatori
italiani.
- Negli anni di Cristo MCCLXXVII, a dì XXIIII d'aprile,
in uno giorno il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i
prestatori italici di suo reame, e eziandio de' mercatanti, sotto
colore che usura non s'usasse in suo paese, accomiatandogli del
reame per lo divieto ch'avea fatto papa Ghirigoro al concilio di
Leone; ma ciò mostra che facesse più per covidigia
di moneta che per altra onestade, però che gli fece finire
per libbre LXm di parigini, di soldi X il fiorino d'oro, e poi la
maggiore parte si rimasono al paese come di prima a prestare.
-
LIV
-
- Come fu fatto papa Niccola terzo degli
Orsini, e quello che fece al suo tempo.
- Nel detto anno, come alcuna cosa ricordammo adietro, fu fatto
papa messer Gianni Guatani, cardinale
di casa degli Orsini di Roma, il quale mentre fu
giovane cherico e poi cardinale fu onestissimo e di buona vita, e
dicesi ch'era di suo corpo vergine; ma poi che fue chiamato papa
Niccola III, fu magnanimo, e per lo caldo de' suoi consorti
imprese molte cose per fargli grandi, e fu de' primi, o il primo
papa, nella cui corte s'usasse palese simonia per gli suoi
parenti; per la qual cosa gli agrandì molto di possessioni
e di castella e di moneta sopra tutti i Romani in poco tempo
ch'egli vivette. Questo papa fece VII cardinali romani, i
più suoi parenti, intra gli altri, a priego di messer
Gianni capo della casa della Colonna suo cugino, fece cardinale
messer Jacopo della Colonna, acciò che' Colonnesi non
s'apprendessono all'aiuto degli Anibaldeschi loro nemici, ma
fossono in loro aiuto; e fu tenuta gran cosa, però
che·lla Chiesa avea privati tutti i Colonnesi, e chi di loro
progenia fosse, d'ogni benificio eclesiastico infino al tempo di
papa Allessandro terzo, però ch'aveano tenuto collo
imperadore Federigo primo contra a la Chiesa. Appresso il detto
papa fece fare i nobili e grandi palazzi papali di Santo Piero;
ancora prese tenza col re Carlo per cagione che 'l detto papa fece
richiedere lo re Carlo d'imparentarsi co·llui, volendo dare
una sua nipote per moglie a uno nipote del re, il quale parentado
il re non volle asentire, dicendo: "Perch'egli abbia il calzamento
rosso, suo lignaggio nonn-è degno di mischiarsi col nostro,
e sua signoria nonn-era retaggio"; per la qual cosa il papa contro
a·llui isdegnato, e poi non fu suo amico, ma in tutte cose al
sagreto gli fu contrario, e del palese gli fece rifiutare il
sanato di Roma e il vicariato dello imperio, il quale avea dalla
Chiesa vacante imperio; e fugli molto contra in tutte sue imprese,
e per moneta che·ssi disse ch'ebbe dal Paglialoco
aconsentì e diede aiuto a favore al trattato e rubellazione
ch'al re Carlo fu fatta dell'isola di Cicilia, come innanzi faremo
menzione; e tolse alla Chiesa Castello Santo Angelo, e diello a
messer Orso suo nipote. Ancora il detto papa si fece privileggiare
per la Chiesa la contea di Romagna e la città di Bologna a
Ridolfo re de' Romani, per cagione ch'egli era caduto in amenda
alla Chiesa della promessa ch'egli aveva fatta a papa Ghirigoro al
concilio da·lLeone su Rodano quando il confermò,
cioè di passare in Italia per fornire il passaggio
d'oltremare, come adietro facemmo menzione; la qual cosa nonn-avea
fatta per altre sue imprese e guerre d'Alamagna. Né questa
dazione e brivilegiare alla Chiesa il contado di Romagna e la
città di Bologna né potea né dovea fare di
ragione; intra l'altre, perché il detto Ridolfo non era
pervenuto alla benedizione imperiale: ma quello che' cherici
prendono, tardi sanno tendere. Incontanente che 'l detto papa ebbe
privilegio di Romagna, sì-nne fece conte per la Chiesa
messer Bertoldo degli Orsini suo nipote, e con forza di
cavalieri e di gente d'arme il mandò in Romagna, e
co·llui per legato messer fra Latino di Roma cardinale
ostiense suo nipote, figliuolo della suora, nato de' Brancaleoni,
ond'era il cancelliere di Roma per retaggio; e ciò fece per
trarre la signoria di mano al conte Guido di Montefeltro, il quale
tirannescamente la si tenea e signoreggiava; e così fu
fatto, per modo che in poco tempo quasi tutta Romagna fu alla
signoria della Chiesa, ma non sanza guerra e grande spendio della
Chiesa, come innanzi diremo a·lluogo e a tempo.
-
-
- LV
-
- Come lo re Ridolfo de la Magna sconfisse e uccise lo re di
Buem.
- Negli anni di Cristo MCCLXXVII, essendo grande guerra
tra·re Ridolfo della Magna e lo re di Buemme per cagione che
nol volea ubbidire né fare omaggio, per la qual cosa il re
Ridolfo eletto imperadore con grandissimo oste andò sopra
il detto re di Buem, il quale gli si fece incontro con grandissima
cavalleria, e dopo la dura e aspra battaglia che fu tra
così aspre genti d'arme, come piacque a·dDio il detto
re di Buem nella detta battaglia fu morto, e la sua gente
sconfitta, nella quale innumerabile cavalleria furono morti e
presi, e quasi tutto il reame di Buem Ridolfo ebbe a sua signoria.
E ciò fatto, col figliuolo del detto re di Buem fece pace,
faccendolsi prima venire a misericordia; e stando il re Ridolfo in
sedia in uno grande fango, e quello di Buem stava dinanzi
a·llui ginocchione innanzi a tutti i suoi baroni; ma poi lui
riconciliato, il re Ridolfo gli diede la figliuola per moglie, e
rendégli il reame; e ciò fu a dì XXVI
d'agosto del detto anno. Questo re Ridolfo fu di grande affare, e
magnanimo, e pro' in arme, e bene aventuroso in battaglie, molto
ridottato dagli Alamanni e dagli Italiani; e se avesse voluto
passare in Italia, sanza contasto n'era signore. E mandocci suoi
ambasciadori l'arcivescovo di Trievi, e fu in Firenze negli anni
MCCLXXX, significando sua venuta, onde i Fiorentini non sapeano
che si fare; e se fosse passato, di certo l'avrebbono ubbidito. E
lo re Carlo, ch'era così possente signore, il temette
forte; e per essere bene di lui, diede a Carlo Martello, figliuolo
del figliuolo, la figliuola del detto re Ridolfo per moglie.
-
LVI
-
- Come il cardinale Latino per mandato del papa fece la pace
tra' Guelfi e' Ghibellini di Firenze, e tutte l'altre della
città.
- In questi tempi i grandi Guelfi di Firenze riposati delle
guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni
de' Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e
invidia cominciarono a riottare tra·lloro, onde nacquero in
Firenze più brighe e nimistadi tra' cittadini, mortali, e
di fedite. Intra l'altre maggiori era la briga tra·lla casa
degli Adimari dall'una parte, ch'erano molto grandi e possenti, e
dall'altra parte i Tosinghi, e la casa de' Donati, e quella de'
Pazzi legati insieme contro agli Adimari, per modo che quasi tutta
la città n'era partita, e chi tenea coll'una parte e chi
coll'altra; onde la città e parte guelfa n'era in grande
pericolo. Per la qual cosa il Comune e' capitani della parte
guelfa mandarono loro ambasciadori solenni a corte a papa Niccola,
che mettesse consiglio e 'l suo aiuto a pacificare i Guelfi di
Firenze insieme; se non, parte guelfa si dovidea, e cacciava l'uno
l'altro. E per simile modo gli usciti ghibellini di Firenze
mandarono loro ambasciadori al detto papa e pregarlo e richiederlo
ch'egli mettesse a seguizione la sentenzia della pace data per
papa Ghirigoro nono tra·lloro e' Guelfi di Firenze. Per le
sopradette cagioni il detto papa provide e confermò la
detta sentenzia, e ordinò paciato e legato e commise le
dette questioni a frate Latino cardinale, ch'era in Romagna per la
Chiesa, uomo di grande autorità e scienza, e grande apo il
papa, il quale per lo mandamento del papa si partì di
Romagna, e giunse in Firenze con CCC cavalieri della Chiesa a
dì VIII del mese d'ottobre, gli anni di Cristo MCCLXXVIIII,
e da' i Fiorentini e dal chericato fu ricevuto a grande onore e
processione, andandogli incontro il carroccio, e molti
armeggiatori; e poi il detto legato il dì di santo Luca
Vangelista, nel detto anno e mese, fondò e benedisse la
prima pietra della nuova chiesa di Santa Maria Novella de' frati
predicatori, ond'egli era frate; e in quello luogo de' frati
trattò e ordinò generalmente le paci tra tutti i
cittadini, Guelfi con Guelfi, e poi da' Guelfi a' Ghibellini. E la
prima fu tra gli Uberti e' Bondelmonti (e fu la terza pace), salvo
che' figliuoli di messer Rinieri Zingane de' Bondelmonti
no·llo assentiro, e furono scomunicati per lo legato, e
isbanditi per lo Comune. Ma per loro non si lasciò la pace;
che poi il legato bene aventurosamente del mese di febbraio
vegnente, congregato il popolo di Firenze a parlamento nella
piazza vecchia della detta chiesa, tutta coperta di pezze, e con
grandi pergami di legname, in su' quali era il detto cardinale, e
più vescovi, e prelati, e cherici, e religiosi, e
podestà, e capitano, e tutti i consiglieri, e gli ordini di
Firenze, e in quello per lo detto legato sermonato nobilemente e
con grandi e molte belle autoritadi, come alla materia si
convenia, sì come quegli ch'era savio e bello predicatore;
e ciò fatto, sì fece basciare in bocca i sindachi
ordinati per gli Guelfi e per gli Ghibellini, pace faccendo con
grande allegrezza per tutti i cittadini; e furono CL per parte. E
in quello luogo presentemente diede sentenzia de' modi, e de'
patti, e condizioni che si dovessono oservare intra l'una parte e
l'altra, fermando la detta pace con solenni e vallate carte, e con
molti idonei mallevadori. E d'allora innanzi poterono tornare e
tornarono i Ghibellini in Firenze e le loro famiglie, e furono
cancellati d'ogni bando e condannagione; e furono arsi tutti i
libri delle condannagioni e bandi ch'erano in camera; e detti
Ghibellini riebbono i loro beni e possessioni, salvo che alquanti
de' più principali fu ordinato per più
sicurtà della terra che certo tempo stessono a confini. E
ciò fatto per lo legato cardinale, fece fare le singulari
paci de' cittadini; e la prima fu quella ond'era la maggiore
discordia, cioè tra gli Adimari e' Tosinghi, e' Pazzi e'
Donati, faccendo più parentadi insieme; e per simile modo
si feciono tutte quelle di Firenze e del contado, quali per
volontà e quali per la forza del Comune, datane sentenzia
per lo cardinale con buoni sodamenti e mallevadori; delle quali
paci il detto legato ebbe grande onore, e quasi tutte
s'osservarono, e la città di Firenze ne dimorò buono
tempo in pacifico e buono e tranquillo stato. E fece e
ordinò il detto legato al governamento comune della
città XIIII buoni uomini grandi e popolani, che gli VIII
erano Guelfi e VI Ghibellini, e durava il loro uficio di due in
due mesi con certo ordine di loro elezione; e raunavansi in su la
casa della Badia di Firenze sopra la porta che va a Santa
Margherita, e tornavansi a dormire e a desinare alle loro case. E
ciò fatto, il detto cardinale Latino con grande onore si
tornò in Romagna alla sua legazione. Lasceremo alquanto de'
fatti di Firenze, e diremo d'altre novità ch'avennero in
questi tempi, e spezialmente della rubellazione dell'isola di
Cicilia al re Carlo, la quale fu notabile e grande, onde poi
seguì molto male, e fu quasi cosa maravigliosa e
impossibile, e però la tratteremo più distesamente.
-
LVII
-
- Come fu il trattato e tradimento che l'isola di Cicilia fosse
rubellata al re Carlo.
- Ne' detti tempi, cioè negli anni di Cristo MCCLXXVIIII,
lo re Carlo re di Gerusalem e di Cicilia era il più
possente re e il più ridottato in mare e in terra, che
nullo re de' Cristiani; e per lo suo grande stato e signoria
imprese (a petizione dello imperadore Baldovino suo genero, il
quale era stato scacciato dello 'mperio di Gostantinopoli per
Paglialoco imperadore de' Greci) di fare uno grande passaggio e
maraviglioso per prendere e conquistare il detto imperio, con
intendimento ch'avendo lo 'mperio di Gostantinopoli assai gli era
appresso di raquistare Gerusalem e la Terrasanta; e ordinò
e mise in concio d'armare più di C galee sottili di corso,
e XX navi grosse; e fece fare CC uscieri da portare cavagli, e
più altri legni passaggeri grande numero. E coll'aiuto e
moneta della Chiesa di Roma, e col tesoro, che·ll'avea
grandissimo, e coll'aiuto del re di Francia, invitò alla
detta impresa tutta la buona gente di Francia e d'Italia; e'
Viniziani col loro isforzo vi doveano venire; e lo re col detto
navilio, e con XL conti, e con Xm cavalieri dovea e
s'apparecchiava di fare il detto passaggio il seguente anno
avenire. E di certo gli venia fatto sanza riparo o contasto niuno,
che 'l Paglialoco nonn-avea podere, né in mare né in
terra, di risistere alla potenzia e apparecchiamento del re Carlo,
e già grande parte della Grecia era sollevata a
rubellazione. Avenne, come piacque a·dDio, che fu sturbata la
detta impresa per abattere la superbia de' Franceschi, ch'era
già tanto montata in Italia per le vittorie del re Carlo,
che' Franceschi teneano i Ciciliani e' Pugliesi per peggio che
servi, isforzando e villaneggiando le loro donne e figlie; per la
qual cosa molta di buona gente del Regno e di Cicilia s'erano
partiti e rubellati, intra' quali fu per la sudetta cagione di sua
mogliera e figlia a·llui tolte, e morto il figliuolo
che·lle difendea, uno savio e ingegnoso cavaliere e signore
stato dell'isola di Procita, il qual si chiamava messer Gianni di
Procita. Questi per suo senno e industria si pensò di
sturbare il detto passaggio, e di recare la forza del re Carlo in
basso stato, e in parte gli venne fatto; ch'egli segretamente
andò in Gostantinopoli al Paglialoco imperadore per due
volte, e mostrogli il pericolo che gli venia adosso per la forza
del re Carlo e dello imperadore Baldovino coll'aiuto della Chiesa
di Roma, e s'egli volesse credere e dispendere del suo avere e
tesoro, disturberebbe i·detto passaggio, faccendo rubellare
l'isola di Cicilia al re Carlo coll'aiuto de' rubelli di Cicilia,
e cogli altri signori dell'isola, i quali nonn-amavano il re Carlo
né·lla signoria de' Franceschi, e collo aiuto e forza
del re d'Araona, mostrandogli ch'egli imprenderebbe la bisogna per
lo retaggio di sua mogliera, figliuola ch'era stata dello re
Manfredi. Il Paglialoco, tutto che ciò gli paresse
impossibile, conoscendo la potenzia del re Carlo, e com'era
ridottato più ch'altro signore, quasi come disperato d'ogni
salute e soccorso, seguì il consiglio del detto messer
Gianni, e fecegli lettere come gli ordinò il detto messer
Gianni, e mandò co·llui in ponente suoi ambasciadori
con molti ricchi gioelli, e di moneta gran tesoro. E arrivando
messer Gianni cogli ambasciadori del Paglialoco sagretamente in
Cicilia, e' scoperse il detto trattato a messere Alamo da Lentino,
e a messere Palmieri Abate, e a messer Gualtieri di Catalagirona,
i maggiori baroni dell'isola, gli quali non amavano lo re Carlo
né sua signoria; e da' detti prese lettere a lo re di
Raona, raccomandandosi che per Dio gli traesse di servaggio, e
promettendo di volerlo per loro signore. E ciò fatto, il
detto messer Gianni venne in corte di Roma sconosciuto a guisa di
frate minore, e tanto adoperò, ch'egli parlò a papa
Niccola III degli Orsini al segreto a uno suo castello che si
chiamava Soriana, e manifestogli il suo trattato; e da parte del
Paglialoco, raccomandandolo alla sua signoria, e presentò
a·llui e a messer Orso del suo tesoro riccamente, secondo che
per gli più si disse e si trovò la verità,
commovendolo segretamente colla detta moneta contro al re Carlo. E
con questo agiunse cagione, perché lo re Carlo non s'era
voluto imparentare co·llui, come adietro facemmo menzione;
onde il detto papa in segreto e palese sempre adoperò
contro al re Carlo, mentre visse in sul papato, e sturbò
quello anno il detto passaggio di Gostantinopoli, non ategnendo al
re Carlo l'aiuto e promessa di moneta e d'altro che gli avea fatta
la Chiesa. E ciò fatto, il detto messer Gianni avute le
lettere del detto papa con segreto suggello al re di Raona,
promettendogli la signoria di Cicilia, vegnendola a conquistare,
si partì messer Gianni di corte e andonne in Catalogna allo
re di Raona; e ciò fu l'anno MCCLXXX. E giunto messer
Gianni al re Piero di Raona colle lettere del papa ove gli
promettea il suo aiuto, e le lettere de' baroni di Cicilia ove
prometteano di rubellare l'isola, e le promesse di Paglialoco,
sì accettò sagretamente di fare la 'mpresa; e
rimandò adietro messer Gianni e gli altri ambasciadori, che
sollecitassono di dare ordine alle cose, e di fare venire la
moneta per fornire sua armata. Ma in questo mezzo isturbò
molto l'opera la morte di papa Niccola, che morì
l'agosto vegnente, come apresso faremo menzione.
-
LVIII
-
- Come morì papa Niccola degli Orsini, e fu fatto
papa Martino dal Torso di Francia.
- Nell'anno MCCLXXXI, del mese d'agosto, papa Niccola III
degli Orsini passò di questa vita nella città di
Viterbo, onde lo re Carlo fu molto allegro, non perch'egli sapesse
né avesse iscoperto il tradimento che messer Gianni di
Procita avea menato col Paglialoco e col detto papa, ma sapea e
avedeasi bene ch'egli in tutte cose gli era contrario, e grande
sturbo avea messo nella sua impresa e passaggio di Gostantinopoli.
Per la qual cosa trovandosi in Toscana quando morì il detto
papa, incontanente fu a Viterbo per procacciare d'avere papa che
fosse suo amico, e trovò il collegio de' cardinali in
grande disensione e partiti; che l'una parte erano i cardinali
Orsini e loro seguaci, e voleano papa a·lloro
volontà, e tutti gli altri cardinali erano col re Carlo
contrarii; e durò la tira e vacazione più di V mesi.
Essendo i cardinali rinchiusi e distretti per gli Viterbesi, alla
fine nonn-avendo concordia, i Viterbesi, a petizione si disse del
re Carlo, trassono tra 'l collegio de' cardinali messere Matteo
Rosso e messere Giordano cardinali degli Orsini, i quali erano
capo della loro setta, e villanamente furono messi in pregione;
per la quale cosa gli altri cardinali s'accordarono d'eleggere e
elessono papa messer Simone dal Torso di Francia cardinale, e fu
chiamato papa Martino quarto; il quale fu di vile nazione, ma
molto fu magnanimo e di grande cuore ne' fatti della Chiesa, ma
per sé propio e per suoi parenti nulla cuvidigia ebbe; e
quando il fratello il venne a vedere papa, incontanente il
rimandò in Francia con piccoli doni e colle spese, dicendo
che' beni erano della Chiesa e non suoi. Questi fu molto amico del
re Carlo, e sedette papa tre anni, e uno mese, e XXVII dì.
Questi come fu fatto papa, fece conte di Romagna messer Gianni di
Epa di Francia per trarne il conte Bertoldo degli Orsini, e
scomunicò Paglialoco imperadore di Gostantinopoli e tutti i
Greci, perché non ubbidieno la Chiesa di Roma. Questo papa
fece fare la rocca e' grandi palagi di Montefiascone, e là
fece molto sua stanzia mentre fu papa; e più altre cose
furono al suo tempo, come innanzi faremo menzione. Per la
sopradetta presura e villania che' Viterbesi feciono a'
cardinali degli Orsini, mai la casa degli Orsini furono
loro amici, ma corporali nimici; e vennonvi poi ad oste
gli Orsini alle loro spese, ove consumarono molto
del tesoro male aquistato per loro al tempo di papa Niccola terzo;
sì che ogni diritto alla fine Iddio rende per diversi modi.
Lasceremo de' fatti della corte di Roma, e torneremo a nostra
materia sopra il trattato di Cicilia.
-
LIX
-
- Come il re Piero d'Aragona giurò e promise al
Paglialoco e a' Ciciliani di venire in Cicilia e prendere la
signoria.
- Nel detto anno MCCLXXXI il sopradetto messer Gianni di Procita
cogli ambasciadori di Paglialoco arrivati in Catalogna la seconda
volta, si richiesono il re Piero d'Araona, ch'egli s'allegasse col
Paglialoco, e prendesse la signoria dell'isola di Cicilia, e
cominciasse la guerra contra lo re Carlo, recandogli grande
quantità di moneta perché cominciasse l'armata e
impresa promessa di fare; e apresentategli nuove lettere del
Paglialoco e quelle de' baroni di Cicilia, i quali aveano
promesso, come ordinato era, di rubellare l'isola, e di dargli la
signoria; della qual cosa il detto re Piero stette assai, innanzi
che·ssi volesse diliberare di seguire e fare la 'mpresa
promessa che prima avea fatta, dubitando e temendo della potenza
del re Carlo e della Chiesa di Roma, e maggiormente per la morte
di papa Niccola degli Orsini, del quale vivendo si rendea molto
sicuro, sappiendo ch'egli nonn-era amico del re Carlo, e quasi per
la detta cagione era tutto ismosso di fare la 'mpresa la quale
avea promessa. Alla fine per le savie parole e indottive di messer
Gianni, e rimproverandogli come quegli della casa di Francia
aveano morto il suo avolo, e lo re Carlo il suo suocero re
Manfredi, e Curradino nipote del detto Manfredi, e come di ragione
di retaggio gli succedea il reame di Cicilia per la reina Gostanza
sua moglie, e reda e figliuola del detto re Manfredi, e
mostrandogli ancora come i Ciciliani il disideravano a signore, e
prometteano di rubellare l'isola al re Carlo, e veggendo la molta
moneta che gli mandava Paglialoco, il detto re Piero covidoso
d'aquistare signoria e terra, come ardito e franco signore,
giurò da capo, e promise di seguire la detta impresa
segretamente nelle mani degli ambasciadori del Paglialoco e di
messere Gianni di Procita, comandando la credenza, e che
tornassono in Cicilia a dare ordine alla rubellazione, quando
fosse tempo e luogo, e egli avesse in mare la sua armata; e
così fu fatto.
-
LX
-
- Come il detto re d'Araona s'apparecchiò di fare sua
armata, e come il papa gliele mandò difendendo.
- Lo re Piero di Raona com'ebbe fatto il saramento della
sopradetta impresa, e ricevuta la moneta, la quale fu XXXm once
d'oro, sanza maggiore quantità che gli promise il
Paglialoco, venuto lui in Cicilia, fece di presente apparecchiare
galee e navilio, e dando soldo a' cavalieri e marinari largamente;
e diede boce e levò stendale d'andare sopra i Saracini.
Divolgata la boce e la fama di suo apparecchiamento, il re Filippo
di Francia, il quale avea avuto per moglie la serocchia del detto
re d'Araona, mandò a·llui suoi ambasciadori per sapere
in che paese e sopra quali Saracini andasse, promettendoli aiuto
di gente e di moneta; il quale re Piero non gli volle manifestare
sua impresa, ma ch'egli di certo andava sopra i Saracini, il luogo
e dove non volea manifestare, ma tosto si saprebbe per tutto il
mondo; ma domandogli aiuto di libbre XLm di buoni tornesi, e lo re
di Francia gliele mandò incontanente. E conoscendo il re di
Francia che il re Piero d'Araona era ardito e di gran cuore, ma,
come Catalano, di natura fellone, e per la coperta risposta,
mandò a·ddire incontanente, e per suoi ambasciadori il
fece assapere al suo zio lo re Carlo in Puglia, ch'egli si
prendesse guardia di sue terre. Lo re Carlo incontanente venne a
corte a papa Martino, e fecegli assapere della 'mpresa del re
d'Araona, e quello che il re Filippo di Francia gli aveva mandato
a·ddire; per la qual cosa il papa incontanente mandò
al re d'Araona suo ambasciadore uno savio uomo, frate Jacopo de'
predicatori, per volere sapere in qual parte sopra i Saracini
andasse, che volea pur sapere, però che·lla Chiesa gli
volea dare aiuto e favore, e era impresa che molto toccava alla
Chiesa; e oltre a·cciò mandandogli comandando che non
andasse sopra niuno fedele Cristiano. Il quale ambasciadore giunto
in Catalogna, e disposta sua ambasciata, lo re ringraziò
molto il papa della larga proferta, raccomandandosi a·llui;
ma di sapere in qual parte andasse, al presente in nulla guisa il
potea sapere; e sopra ciò disse uno motto molto sospetto,
che se·ll'una delle sue mani il manifestasse all'altra,
ch'egli la taglierebbe. Non potendo l'ambasciadore del papa avere
altra risposta, si tornò in corte, e dispuose al papa e al
re Carlo la risposta del re di Raona, la quale ispiacque assai a
papa Martino. Lo re Carlo, ch'era di sì grande cuore e
teneasi sì possente, poco o niente ne curò, ma per
dispetto disse a papa Martino: "Non vi diss'io che Piero d'Araona
era uno fellone briccone?". Ma non si ricordò lo re Carlo
del proverbio del comune popolo che dice: "Se t'è detto "Tu
hai meno il naso', ponviti la mano"; anzi si diede a non calere, e
non si mise a sentire i trattati e tradimenti che si faceano in
Cicilia per messer Gianni di Procita, e per gli altri baroni
ciciliani; ma cui Idio vuole giudicare, è apparecchiato chi
fa tosto l'esecuzione.
-
LXI
-
- Come e per che modo si rubellò l'isola di Cicilia al re
Carlo.
- Negli anni di Cristo MCCLXXXII, illunedì di Pasqua di
Risoresso, che fu a dì XXX di marzo, sì come per
messer Gianni di Procita era ordinato, tutti i baroni e' caporali
che teneano mano al tradimento furono nella città di
Palermo a pasquare. E andandosi per gli Palermitani, uomini e
femmine, per comune a cavallo e a piè alla festa di
Monreale fuori della città per tre miglia (e come
v'andavano quelli di Palermo, così v'andavano i Franceschi,
e il capitano del re Carlo a diletto), avenne, come
s'adoperò per lo nimico di Dio, ch'uno Francesco per suo
orgoglio prese una donna di Palermo per farle villania: ella
cominciando a gridare, e la gente era tenera, e già tutto
il popolo commosso contra i Franceschi, per famigliari de' baroni
dell'isola si cominciò a difendere la donna, onde nacque
grande battaglia tra' Franceschi e' Ciciliani, e furonne morti e
fediti assai d'una parte e d'altra; ma il peggiore n'ebbono quegli
di Palermo. Incontanente tutta la gente si ritrassono fuggendo
alla città, e gli uomini ad armarsi, gridando: "Muoiano i
Franceschi!". Si raunavano in su la piazza, com'era ordinato per
gli caporali del tradimento, e combattendo al castello il
giustiziere che v'era per lo re, e lui preso e ucciso, e quanti
Franceschi furono trovati nella città furono morti per le
case e nelle chiese, sanza misericordia niuna. E ciò fatto,
i detti baroni si partirono di Palermo, e ciascuno in sua terra e
contrada feciono il somigliante, d'uccidere tutti i Franceschi
ch'erano nell'isola, salvo che in Messina s'indugiarono alquanti
dì a ribellarsi; ma per mandato di quegli di Palermo,
contando le loro miserie per una bella pistola, e ch'egli doveano
amare libertà e franchigia e fraternità
co·lloro, sì·ssi mossono i Missinesi a
ribellazione, e poi feciono quello e peggio che' Palermitani
contra' Franceschi. E trovarsene morti in Cicilia più di
IIIIm, e nullo non potea nullo scampare, tanto gli fosse amico,
come amasse di perdere sua vita; e se l'avesse nascoso, convenia
che 'l rassegnasse o uccidesse. Questa pestilenzia andò per
tutta l'isola, onde lo re Carlo e sua gente ricevettono grande
dammaggio di persone e d'avere. Queste contrarie e ree novelle
l'arcivescovo di Monreale incontanente le fece assapere al papa e
al re Carlo per suoi messi.
-
LXII
-
- Come lo re Carlo si compianse alla Chiesa e al re di Francia e
a tutti suoi amici e l'aiuto ch'ebbe da·lloro.
- Nel detto tempo lo re Carlo era in corte col papa: com'ebbe la
dolorosa novella della rubellazione di Cicilia, cruccioso molto
nell'animo e ne' sembianti, e' disse: "Sire Iddio, dapoi
t'è piaciuto di farmi aversa la mia fortuna, piacciati che
'l mio calare sia a petitti passi". E incontanente fu a papa
Martino e a' suoi cardinali, domandando loro aiuto e consiglio, i
quali si dolfono assai co·llui insieme, e confortarono lo re
che sanza indugio intendesse a raquisto, prima per via di pace, se
potesse, e se non, per via di guerra, promettendogli ogni aiuto
che·lla Chiesa potesse fare, spirituale e temporale,
sì come a figliuolo e campione di santa Chiesa. E fece il
papa legato per andare in Cicilia a trattare l'accordo, e con
molte lettere e processi, messer Gherardo da Parma cardinale, uomo
di gran senno e bontà, il quale si partì di corte
col re Carlo insieme, e andarne in Puglia. Per simile modo si
pianse lo re Carlo per lettere e ambasciadori al re di Francia suo
nipote, e mandò a Carlo suo figliuolo prenze di Salerno,
ch'era in Proenza, che 'ncontanente dovesse andare in Francia al
re, e al conte d'Artese, e agli altri baroni a pregargli che 'l
dovessono aiutare. Il quale prenze dal re di Francia fu ricevuto
graziosamente, dogliendosi lo re co·llui della perdita del re
Carlo, dicendo: "Io temo forte che questa ribellazione di Cicilia
non sia fatta a sommossa del re d'Araona, però che
quand'egli facea sua armata, e ch'io gli prestai libbre XLm di
tornesi, e mandalo pregando mi facesse assapere ove e in che parte
dovesse andare, nol mi volle manifestare; ma non port'io mai
corona, s'egli avrà fatta questa tradigione alla casa di
Francia, s'io non ne fo alta vendetta". E ciò attenne bene,
ch'assai ne fece innanzi, sì ch'egli ne morì con
molta di sua baronia, come innanzi a·lluogo e a tempo ne
faremo menzione. E di presente disse lo re al prenze, che ne
tornasse in Puglia, e appresso di lui mandò il conte di
Lanzone della casa di Francia con più altri conti e baroni
e grande cavalleria alle spese del re di Francia per aiuto del re
Carlo.
-
LXIII
-
- Come quegli di Palermo e gli altri Ciciliani mandarono a papa
Martino loro ambasciadori.
- In questo tempo, parendo a quegli di Palermo e agli altri
Ciciliani avere mal fatto, e sentendo l'apparecchiamento che il re
Carlo facea per venire sopra loro, sì mandarono loro
ambasciadori frati e religiosi a papa Martino, dimandandogli
misericordia, proponendo in loro ambasciata solamente: "Agnus Dei
qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis
peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis peccata mundi,
dona nobis pacem". E il papa in pieno concestoro fece loro questa
risposta, sanza altre parole, che questo è scritto nel
Passio Domini: "Ave rex Iudeorum, et dabant ei alapam. Ave rex
Iudearum, et dabant ei alapam. Ave rex Iudeorum, et dabant ei
alapam". Onde si partirono molto sconsolati.
- LXIV
-
- Dell'aiuto che 'l Comune di Firenze mandò al re Carlo.
- Il Comune di Firenze mandò in aiuto del re Carlo
cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta donzelli gentili
uomini di tutte le case di Firenze per farli cavalieri, e con loro
compagnia furono Vc bene a cavallo e in arme, e loro capitano fu
per lo Comune il conte Guido da Battifolle della casa de' conti
Guidi, e giunsono a la Catona in Calavra, quando lo re v'era con
sua oste e stuolo per valicare a Messina, onde lo re si tenne dal
Comune di Firenze riccamente servito, e ricevette la detta
cavalleria graziosamente; e molti di loro fece cavalieri, e
servirlo mentre dimorò a Messina alle spese del detto
Comune. E portovvi il detto conte e capitano il padiglione grande
del Comune di Firenze, il quale rimase alla partita da Messina, e'
Missinesi il misono per ricordanza nella loro grande chiesa. E per
simile modo molte città di Toscana e di Lombardia mandarono
aiuto di genti a lo re, ciascuno secondo suo podere.
-
LXV
-
- Come lo re Carlo si puose a oste a Messina per mare e per
terra.
- Lo re Carlo ordinata sua oste a Napoli per andare in Cicilia,
tutta sua cavalleria e gente a piè mandò per terra
in Calavra alla Catona incontra a Messina, il Faro in mezzo, e lo
re n'andò a Brandizio, ov'era in concio il suo navilio, il
quale avea apparecchiato più tempo dinanzi per passare in
Gostantinopoli, e furono CXXX tra galee, e uscieri, e legni
grossi, sanza gli altri legni di servigio, che furono in grande
quantità; e di Brandizio sì partirono col detto
navilio, e giunse incontra Messina a dì VI di luglio, gli
anni di Cristo MCCLXXXII, e puosesi a campo da la parte di
Tavermena a Santa Maria di Rocca Maiore; e poi ne venne a le
Paliare, assai presso alla città di Messina, e il navilio
nel Fare incontro al porto. E fu lo re con più di Vm uomini
a cavallo tra Franceschi, e Provenzali, e Italiani, e popolo sanza
numero. E ciò veggendo i Missinesi impaurirono forte,
veggendosi abandonati d'ogni salute, e la speranza del soccorso
del re d'Araona pareva loro lunga e vana, sì mandarono
incontanente loro ambasciadori nel campo al re Carlo e al legato,
pregandogli per Dio che perdonasse il loro misfatto, e avesse di
loro misericordia, e mandasse per la terra. Lo re insuperbito
no·lli volle torre a misericordia, che di certo a queto avea
la terra e poi tutta l'isola, però ch'erano i Missinesi e
Ciciliani isproveduti, e non ordinati a difensione, né con
nullo capitano; ma fellonescamente gli disfidò lo re a
morte loro e' loro figliuoli, siccome traditori della Chiesa di
Roma e della corona, ch'elli si difendessono, s'avessono podere, e
mai con patti gli venissono innanzi; onde lo re fallò
troppo apo Idio, e in suo danno; ma a cui Iddio vuole male gli
toglie il senno. I Missinesi udendo la crudele risposta del re,
non sapeano che·ssi fare, e per IIII dì istettono in
contesa tra·lloro d'arrendersi o di difendersi con grande
paura.
-
LXVI
-
- Come la gente del re ebbono Melazzo, e come i Missinesi
mandarono per lo legato per trattare accordo col re Carlo.
- Avenne in questa stanzia che lo re fece passare co suo'
uscieri per lo Fare dinanzi a Messina il conte di Brenna e quello
di Monforte con VIIIc cavalieri e più pedoni, dall'altra
parte di Messina verso Melazzo, guastando il paese d'intorno. Per
la qual cosa certi di quegli di Messina venendo al soccorso di
Melazzo, e per non lasciargli prendere terra, con que' di Melazzo
insieme furono sconfitti dalla gente del re Carlo, e furonne morti
presso di mille, tra di Messina e di Melazzo, chi alla battaglia,
e molti traffelando, fuggendo verso Messina; e fu presa la terra e
castello di Melazzo per la gente del re. E come i Missinesi ebbono
la detta novella, incontanente mandarono nel campo al legato
cardinale, che per Dio venisse in Messina per acconciargli col re
Carlo. Il legato venuto, v'entrò incontanente con grande
buono volere per accordargli, e appresentò le lettere del
papa al Comune di Messina, per le quali gli mandava molto
riprendendo della follia fatta per loro contro allo re Carlo e sua
gente; e questa fu la forma: "A' perfidi e crudeli dell'isola di
Cicilia, Martino papa terzo quelle salute che voi sete degni,
siccome corrompitori di pace, e de' Cristiani ucciditori, e
spargitori del sangue de' nostri fratelli. A voi comandiamo che
vedute le nostre lettere, dobbiate rendere la terra al nostro
figliuolo e campione Carlo re di Gerusalem e Cicilia per
autorità di santa Chiesa, e che dobbiate lui e noi
ubbidire, siccome vostro legittimo signore; e se ciò non
faceste, mettiamo voi scomunicati e interdetti secondo la divina
ragione, anunziandovi giustizia spirituale". E lette le dette
lettere per lo legato cardinale, sì comandò che
sotto pena di scomunicazione, e d'esser privati d'ogni benificio
di santa Chiesa si dovessono accordare col re, e rendergli la
terra, e ubbidirlo come loro signore e campione di santa Chiesa; e
'l detto legato con savie parole amonendogli e consigliandogli che
ciò dovessono fare per lo loro migliore; per la qual cosa i
Missinesi elessono XXX buoni uomini della città a trattare
l'accordo col legato, e vennero a volere questi patti,
cioè: "Che·llo re ci perdoni ogni misfatto, e noi gli
renderemo la terra dandogli per anno quello che' nostri antichi
davano al re Guiglielmo; e volemo signoria latina, e non
Franceschi né Provenzali, e sarello obbedienti e buoni
fedeli". I quali patti il legato mandò dicendo al re per lo
suo camerlingo, pregandolo per Dio dovesse loro perdonare e
prendere i detti patti, però che da poi saranno indurati e
messisi alla difensione, ogni dì peggiorrebbe patti; ma
avendo egli la terra con volontà de' cittadini medesimi,
ogni dì gli potrebbe allargare: ed era sano e buono
consiglio. Come lo re ebbe la detta risposta s'adirò forte,
e disse fellonosamente: "I nostri suditi che contro a noi hanno
servita morte domandano patti, e voglionne torre la signoria, e
vogliommi rendere censo all'uso del re Guiglielmo, che quasi
nonn-avea niente; non ne farei nulla; ma dapoi che al legato
piacce, io perdonerò loro in questo modo, ch'io voglio di
loro VIIIc stadichi quali io vorrò, e farne mia
volontà, e tenendo da me quella signoria che a·mme
piacerà, sì come loro signore, pagando quelle colte
e dogane che sono usati; e se questo vogliono fare, sì 'l
prendano, e se non, sì·ssi difendano". La qual
risposta fu molto biasimata da' savi; che se·llo re non gli
avea voluti prendere a' primi patti, quando si puose all'asedio,
ch'erano per lui più larghi e onorevoli, a' secondi fece
fallo del doppio, e non considerò gli avenimenti e casi
fortunosi ch'agli assedi delle terre possono avenire, e che
avennero a·llui, come innanzi faremo menzione: onde fu
esemplo, e sarà sempre a quegli che saranno, di prendere i
patti che·ssi possono avere da' nemici, potendo avere la
terra assediata. Ma cui vince il peccato universale della superbia
e dell'ira in nullo caso può prendere buono consiglio.
-
LXVII
-
- Come si ruppe il trattato dell'acordo ch'avea menato il legato
dal re Carlo a' Messinesi.
- Come i lettori di Messina ebbono l'acerba risposta dal legato,
che lo re avea fatta al suo camerlingo, i detti XXX buoni uomini
raunarono il popolo, e feciolla loro manifesta, onde tutti come
disperati gridando: "In prima mangiamo i nostri figliuoli, che a
questi patti ci arendiamo; che ciascuno di noi sarebbe di quegli
VIIIc ch'egli domanda: innanzi volemo tutti morire dentro alla
città nostra, colle mogli nostre e co' figliuoli, ch'andare
morendo per tormenti e pregioni in istrani paesi". Come il legato
vide i Missinesi così male disposti a rendersi a lo re
Carlo, fu molto cruccioso, e innanzi si partisse gli
pronunziò scomunicati e interdetti, e comandò a
tutti i cherici che infra 'l terzo dì si dovessono partire
della terra, e protestò al Comune che infra i XL dì
dovessono mandare per sofficiente sindaco a comparire dinanzi al
papa, e ubbidire e udire sentenzia, e partissi della terra molto
turbato.
-
LXVIII
-
- Come Messina fu combattuta dalla gente del re Carlo, e come si
difesono.
- Come il cardinale fu tornato nell'oste, i più de'
maggiori dell'oste ne furono molto crucciosi, perché parea
loro il migliore e il più senno ad avere presa la terra ad
ogni patto; ma lo re Carlo era sì temuto, che nullo gli
ardiva a dire nulla più ch'a·llui piacesse. Ma
tegnendo lo re consiglio di quello ch'avesse a·ffare, i
più de' conti e baroni consigliaro che dapoi ch'egli
nonn-avea voluta la terra a patti, ch'ella si combattesse
aspramente da più parti, e spezialmente dall'una parte
che·lla terra nonn-avea muro, ma eravi barrata di botti e
altro legname; e assai era possibile di poterla vincere per
battaglia, che cominciandovisi uno badalucco, i nostri Fiorentini
aveano già vinte le sbarre e entrati dentro alquanti; e se
que' dell'oste avessono seguito, s'avea la terra per forza. Ma
sappiendolo il re Carlo, fece suonare le trombe alla ritratta, e
disse che non volea guastare sua villa, onde avea grande rendita,
né uccidere i fantini, ch'erano innocenti, ma che la voleva
per affanno d'edificii, e per assedio aseccargli di vivanda,
vincere. Ma non fece ragione di quello che potea avenire nel lungo
assedio, e bene gli avenne. Ma al fallo della guerra incontanente
v'è la disciplina e penitenzia apparecchiata. Per lo detto
modo stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e
dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove nonn-era
murata, i Missinesi colle loro donne, le migliori e maggiori della
terra, e con loro figliuoli piccioli e grandi, subitamente in tre
dì feciono il detto muro, e ripararono francamente agli
asalti de' Franceschi. E allora si fece una canzonetta che disse:
- Deh, com'egli è gran pietade
- Delle donne di Messina,
- Veggendole scapigliate
- Portando pietre e calcina.
- Iddio gli dea briga e travaglia,
- A chi Messina vuole guastare etc.
- Lasceremo alquanto dell'asedio di Messina, e diremo quello che
fece Piero d'Araona con sua armata.
-
LXIX
-
- Come lo re Piero d'Araona si partì di Catalogna e venne
in Cicilia, e come fu fatto e coronato re da' Ciciliani.
- Nel detto anno MCCLXXXII, del mese di luglio, lo re Piero
d'Araona colla sua armata si partì di Catalogna, e furono L
galee e con VIIIc cavalieri e altri legni di carico assai, della
quale armata fece suo amiraglio uno valente cavaliere di Calavra,
ribello del re Carlo, il quale avea nome messer Ruggieri di Loria,
e arrivò in Barberia nel reame di Tunisi, e a la infinta si
puose ad assedio ad una terra che·ssi chiamava Ancalle per
attendere novelle di Cicilia, e a quella diede alcuna battaglia, e
stettonvi XV giorni. E in quella stanza, sì come era
ordinato, vennero a·llui con messer Gianni di Procita
ambasciadori di Messina e sindachi con pieno mandato di tutte le
terre di Cicilia, a pregarlo ch'egli prendesse la signoria, e
s'avacciasse di venire nell'isola per soccorrere la città
di Messina, la quale dal re Carlo e da sua oste era molto stretta.
Lo re Piero udendo la gente e la potenza del re Carlo, e che la
sua a comparazione era niente, alquanto temette; ma per lo
conforto e consiglio di messer Gianni, e veggendo che tutta
l'isola era per fare le sue comandamenta, e aveano tanto misfatto
al re Carlo, che di loro si potea bene sicurare, sì
rispuose ch'egli era apparecchiato del venire e del soccorrere
Messina. E incontanente si levò da oste da Ancolle, e
ricolsesi a galee, e misesi in mare, e arrivò alla
città di Trapali all'entrante d'agosto. E come giunse a
Trapali, per messere Gianni di Procita e per gli altri baroni di
Cicilia fu consigliato che sanza soggiorno cavalcasse a Palermo, e
'l navilio mandasse per mare; e a Palermo saputo novelle dell'oste
del re Carlo e dello stato di Messina, prenderebbono consiglio. E
così fu fatto, che a dì X d'agosto lo re Piero
giunse nella città di Palermo, e da' Palermitani fu
ricevuto a grande onore e processione sì come loro signore,
e credendo scampare da morte per lo suo aiuto; e a grido di popolo
il feciono loro re, salvo che non fu coronato per l'arcivescovo di
Monreale, come si costumava per gli altri re, però che
s'era partito e itosene al papa; ma coronollo il vescovo di
Cefalù d'una picciola terra di Cicilia, ch'era rubello del
re Carlo.
-
LXX
-
- Del parlamento che 'l re d'Araona tenne in Palermo per
soccorrere la città di Messina.
- Quando il re Piero fu coronato in Palermo, fece grande
parlamento sopra ciò ch'avesse a·ffare, ove furono
tutti i baroni dell'isola. I baroni veggendo il picciolo podere
del re d'Araona apo la grande potenzia del re Carlo, sì
furono molto isbigottiti, e feciono di loro parlatore messer
Palmieri Abati, il quale ringraziò molto lo re di sua
venuta, e che·lla sua promessa era venuta bene fornita, se
fosse venuto con più gente d'arme, però che·llo
re Carlo avea più di Vm cavalieri e popolo infinito, e
temiamo che Messina non sia già renduta, sì era
stretta di vivanda; e consigliava che·ssi raunasse gente, e
si richiedessono gli amici di tutte parti, sicché l'altre
città e terre dell'isola si potessono difendere. Come il re
Piero intese il consiglio de' baroni di Cicilia, ebbe grande
dottanza, e parvegli esser in mal luogo, e pensò di
partirsi dell'isola, se il re Carlo o sua gente venisse verso
Palermo. Avenne che stando quello parlamento, al re d'Araona venne
da Messina una saettia armata con lettere, nelle quali si contenea
che Messina era sì stretta di vivanda, che non si potea
tenere più di VIII giorni, e che gli piacesse di
soccorrergli; se non, sì·lli convenia di
necessità arendere al re Carlo. Come lo re Piero ebbe le
dette novelle, le mostrò a' baroni, e domandò
consiglio. Levossi messer Gualtieri di Catalagirona, e disse che
per Dio si soccorresse Messina, che s'ella si perdesse, tutta
l'isola e eglino tutti erano in grande pericolo e aventura; e
pareali che 'l re Piero con tutta sua gente cavalcasse verso
Messina pressovi a L miglia, per avventura lo re Carlo si
leverà da oste. Messer Gianni di Procita si levò, e
poi disse che·llo re Carlo nonn-era garzone che·ssi
movesse per lieva lieva, "ma colla buona e grande cavalleria ch'ha
seco ci verrebbe incontro per la battaglia; ma parmi che il nostro
re gli mandi suoi messaggi a dirgli ch'egli si parta di sua terra,
la quale gli scade per retaggio di sua mogliera, e fugli
confermata per la Chiesa di Roma per papa Niccola terzo degli
Orsini; e se ciò non vuole fare, il disfidi. Ciò
fatto, incontanente si mettessono in concio tutte le galee
sottili, e che l'amiraglio andasse su per lo Fare, prendendo trite
e ogni legno di carico ch'a l'oste portasse vittuaglia, e per
questo modo con poco rischio e fatica asseccheremo il re Carlo, e
sua oste converrà si parta dall'asedio; e se rimane in
terra, egli e sua gente morranno di fame". Incontanente per lo re
e per tutti i baroni fu preso il consiglio di messere Gianni, e
furono mandati due cavalieri catalani con lettere e
coll'ambasciata assai oltraggiosa e villana, e questa fu la forma
della lettera.
-
LXXI
-
- La lettera che 'l re d'Araona mandò al re Carlo.
- "Piero d'Araona e di Cicilia re, a te Carlo re di Gerusalem e
di Proenza conte.
- Significhiamo a te il nostro avenimento nell'isola di Cicilia,
siccome nostro giudicato reame per l'autorità di santa
Chiesa, e di messer lo papa, e de' venerabili cardinali, e
però comandiamo a te che, veduta questa lettera, ti debbi
levare dell'isola di Cicilia con tutto tuo podere e gente,
sappiendo che se nol facessi, i nostri cavalieri e fedeli vedresti
di presente in vostro dammaggio, offendendo voi e vostra gente".
-
LXXII
-
- Come lo re Carlo tenne suo consiglio, e rispuose al re
d'Araona per sua lettera.
- Come i detti ambasciadori furono nel campo e oste del re
Carlo, e date loro lettere, e sposta l'ambasciata al re Carlo e a
tutti suoi baroni, tennero sopra ciò consiglio, e parve uno
grande orgoglio e dispetto quello che 'l re d'Aragona avea mandato
a dire al maggiore o de' maggiori re de' Cristiani, e egli era di
sì piccolo affare; e queste parole furono del conte di
Monforte, dicendo che contro a·llui si volea fare gran
vendetta. Il conte di Brettagna consigliò che il re Carlo
gli rispondesse per sua lettera, comandandogli che sgombrasse
l'isola, appellandolo come traditore, e disfidandolo; e
così fu preso di fare. E la somma della lettera la quale
mandò il re Carlo fu in questa forma.
-
LXXIII
-
- Come lo re Carlo rispuose per sua lettera al re d'Araona.
- "Carlo per la Dio grazia di Gerusalem e di Cicilia re, prenze
di Capova, d'Angiò e di Folcalchieri e di Proenza conte, a
te Piero d'Aragona re, e di Valenza conte.
- Maravigliamo molto come fosti ardito di venire in su il reame
di Cicilia, giudicato nostro per l'autorità di santa Chiesa
di Roma; e però ti comandiamo che, veduta questa lettera,
ti debbi partire del reame nostro di Cicilia, sì come
malvagio traditore d'Iddio e di santa Chiesa; e se ciò non
facessi, disfidianti siccome nostro nemico e traditore, e di
presente ci vedrete venire in vostro dammaggio, però che
disideriamo di vedere voi e vostra gente colle nostre forze".
-
LXXIV
-
- Come il re d'Araona mandò il suo amiraglio per prendere
il navilio del re Carlo.
- Come al re d'Aragona furono per gli suoi ambasciadori
apresentate le dette lettere, e disposta l'ambasciata e risposta
del re Carlo, incontanente fu a consiglio per prendere partito di
quello ch'avesse a·ffare. Allora si levò messer Gianni
di Procita, e disse: "Signore nostro, com'io t'ho detto altra
volta, per Dio, manda l'amiraglio tosto colle tue galee a la bocca
del Fare, e fa' prendere il navilio che porta la vivanda all'oste,
e avrai vinta la guerra; e se il re Carlo si mette a stare,
rimarrà preso e morto con tutta sua gente". Il consiglio di
messer Gianni fu preso, e messer Ruggieri di Loria amiraglio, uomo
di grande ardire e valore, e il più bene aventuroso in
battaglie in terra e in mare che fosse mai di suo essere, come
innanzi faremo menzione in più parti, s'apparecchiò
con LX galee sottili armate di Catalani e Ciciliani. Queste cose
sentì una spia di messer Aringhino da Mare di Genova
amiraglio del re Carlo, e incontanente con una saettia armata
venne a Messina, e anunziò al detto amiraglio la venuta
dell'armata del re d'Araona. Incontanente messer Aringhino fu al
re Carlo e al suo consiglio, e disse: "Per Dio, sanza indugio
pensiamo di passare colla nostra gente in Calavra, ch'i' ho
novelle vere come l'amiraglio del re d'Araona viene qua di
presente con sue galee armate; e io nonn-ho galee armate da
battaglia, ma legni di mestieri, e disarmati; se non ci partiano,
egli prenderà e arderà tutto nostro navilio sanza
nullo riparo, e tu re con tutta tua gente perirai per difalta di
vittuaglia; e ciò fia intra tre giorni, secondo m'aporta la
mia vera spia: e però non si vuole punto di dimoro,
però che ancora ci viene adosso il verno, e in Calavra
nonn-ha porti vernerecci, tutti i legni con tua gente potrebbono
perire a le piagge, s'avessono uno tempo contrario".
-
LXXV
-
- Come allo re Carlo convenne per necessità partire
dall'asedio di Messina, e tornossene nel Regno.
- Quando il re Carlo udì questo, isbigottì forte,
che mai per pericolo di battaglia né per altra
aversità non avea avuto paura, e sospirando disse: "Volesse
Idio ch'io fossi morto, dapoi che·lla fortuna m'è
così contraria, ch'ho perduta mia terra avendo tanta
potenzia di gente in mare e in terra; e non so perché
m'è tolta da gente ch'io mai non diservì; e molto mi
doglio, ch'io non presi Messina con patti ch'io la potei avere. Ma
da che altro non posso", con grande dolore disse, "levisi l'oste,
e passiamo; e chi m'avrà colpa di questo tradimento, o
cherico o laico, ne farò grande vendetta". E il primo
giorno fece passare la reina con ogni gente di mestiere e con
parte degli arnesi dell'oste; il secondo dì passò il
re con tutta sua gente, salvo ch'a cautela di guerra lasciò
in aguato di fuori da Messina due capitani con MM cavalieri,
a·ffine che levata l'oste, se quegli di Messina uscissono
fuori per guadagnare della roba del campo, venissono loro adosso e
entrassono nella terra; e se fatto venisse, ritornerebbe il re con
sua gente incontanente. L'ordine fu bene fatto, e così fu
bene contrapensato, che' Missinesi iscopersono il guato, e
comandarono sotto pena della vita che nullo uscisse fuori della
città; e così fu fatto. I Franceschi ch'erano rimasi
in aguato, veggendosi scoperti, procacciarono di passare, e
vennorne il terzo dì a lo re in Calavra, e dissono come il
suo aviso era loro fallito; onde al re Carlo radoppiò il
dolore, perché alcuna speranza n'avea. E così fu
partita tutta l'oste da Messina, e diliberata la città
ch'era in ultima stremità di vivanda, che non avea che
vivere tre giorni, a dì XXVII di settembre, gli anni di
Cristo MCCLXXXII. Il seguente dì giunse l'amiraglio del re
d'Araona con sua armata su per lo Fare di Messina menando grande
gazzarra e trionfo, e prese XXVIIII tra galee grosse e trite,
intra·lle quali furono V galee del Comune di Pisa, ch'erano
al servigio del re Carlo. E poi vegnendo alla Catona e a Reggio in
Calavra, il detto amiraglio fece mettere fuoco e ardere da LXXX
uscieri del re Carlo, ch'erano alle piagge disarmati, e questo
vide il re Carlo e sua gente sanza potergli soccorrere, onde gli
radoppiò il dolore. E avendo il re Carlo una bacchetta in
mano, com'era sua usanza di portare, per cruccio la
cominciò a rodere, e disse: "Ai Dius, molt m'aves sofert a
sormonter; gie t'en pri che l'avallee soit tut bellamant". E
così si mostra che senno umano né forza di gente non
ha riparo al giudicio d'Iddio. Come lo re Carlo fu passato in
Calavra, diede commiato a tutti gli suoi baroni e amici, e molto
doloroso si ritornò a Napoli. Lo re Piero d'Araona avuta la
novella della partita del re Carlo e di sua oste da Messina, e
come il suo amiraglio avea operato, fu molto allegro; e di
presente si partì da Palermo con tutti i baroni e
cavalieri, e venne a Messina a dì X d'ottobre della detta
indizione, e da' Missinesi, uomini e donne, fu ricevuto a grande
processione e festa, siccome loro novello signore, e che gli avea
liberati delle mani del re Carlo e de' suoi Franceschi. Lasceremo
alquanto dello stato in che rimase l'isola di Cicilia, e lo Regno
di qua dal Fare, e direno della progenia del detto re di Raona,
perché séguita materia grande de' suoi fatti e de'
suoi figliuoli.
-
LXXVI
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- Chi fu il primo re d'Araona cristiano.
- Quelli della casa d'Araona non furono anticamente di legnaggio
reale, ma grandi conti furono, cioè conte di Barzellona e
di Valenza; e come dicemmo addietro, l'antico loro, ciò fu
il conte Anfuso, fu sconfitto e morto da' Franceschi a l'oste a
Carcasciona al tempo del re Filippo il Bornio re di Francia. E
dicesi ch'anticamente quelli d'Araona furono d'uno legnaggio col
conte di Tolosa e del buono conte Ramondo di Proenza; ma poi il
buono conte Giammo figliuolo del detto Anfus e padre che fu del re
Piero che prese Cicilia, onde tanto avemo parlato, per sua
prodezza e valore prese sopra i Saracini di Spagna il reame
d'Araona, e uccise il loro re, e del loro reame si coronò,
e popolò de' suoi Catalani, e fecelo uno colla Catalogna, e
fu egli e sue rede confermato re d'Araona per la Chiesa di Roma. E
poi appresso per simile modo conquistò sopra i Saracini il
reame e l'isola di Maiolica e di Minorica, e per avere pace co'
Franceschi diede la figliuola per moglie al re Filippo, figliuolo
che fu del buono re Luis di Francia, e in dote parte della
signoria di Perpignano e di Monpulieri. E quando venne a morte, lo
'nfante Piero suo primo figliuolo fece e lasciò re
d'Araona, e Giammo il secondo figliuolo re di Maiolica, onde poi
sono discesi valenti re e signori, come innanzi faremo menzione. E
la loro arme principale è oro e fiamma, cioè
addogata per lungo ad oro e vermiglia, le bande di fuori ad oro.
Lasceremo di quegli d'Araona e della rubellazione di Cicilia
infino che luogo e tempo verrà di ciò parlare, e
torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, e raccontando in
brieve dell'altre novità notevoli per l'universo mondo
avenute in questi tempi.
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LXXVII
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- Come i Lucchesi arsono e guastarono la terra di Pescia.
- Negli anni di Cristo MCCLXXXI i Lucchesi arsono e guastarono
tutto il castello e terra di Pescia in Valdinievole, perché
teneano parte d'imperio e ghibellina, e non voleano ubbidire
né stare sotto la signoria della città di Lucca; e
alla detta oste vi furono i Fiorentini molto grossi in servigio
de' Lucchesi. E perché i Fiorentini s'intramisono nella
detta oste d'accordo da' Lucchesi a que' di Pescia, quando l'oste
tornò in Lucca, a' Fiorentini fu fatta e detta villania dal
popolo di Lucca.
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